In “Io e il Papu” un Francesco in “borghese”
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In “Io e il Papu” un Francesco in “borghese”

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Presentato, all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, il libro di Luigi Garlando. Una mamma e un figlio, persa la fiducia nel mondo, riacquistano la speranza grazie al Papa

Il paradigma bergogliano dell’andare incontro alle persone è il filo rosso dell’ultimo libro di Luigi Garlando, «Io e il Papu», edito da Rizzoli ed uscito lo scorso 13 aprile. L’autore, che è anche caporedattore della Gazzetta dello Sport, lo ha presentato ieri mattina, 17 maggio, all’Ospedale Bambino Gesù insieme a padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica. A fare gli onori di casa la presidente dell’ospedale, Mariella Enoc mentre a moderare l’incontro, Saverio Simonelli, giornalista di TV2000.

«Alla base di questa storia – ha spiegato Spadaro – vi è un dramma, un attentato, ma si capisce poi che il vero dramma è il fatto di non saperlo dire: di fronte alla brutalità e al dolore mancano le parole». Il protagonista del libro è un bambino di undici anni, Arcadio, vittima con la mamma di un atto violento rispetto al quale perde fiducia nel mondo: lo spaventa tutto ciò che sta fuori e così si rifugia appena può dentro il suo armadio, al sicuro, e si ripara con lo schermo del silenzio assoluto. I bambini, si sa, sono creativi e Arcadio elabora presto un suo personale modo per comunicare: le figurine dei calciatori con i loro nomi e cognomi diventano lo strumento per farsi capire, il veicolo delle sue emozioni.

Incollando quattro di queste figurine su un foglio bianco scrive la sua personale lettera al Papa, chiedendogli il miracolo non tanto di farlo tornare a parlare ma di guarirlo dalla paura. E il destinatario dell’originale missiva accoglie la richiesta: rivede la sua agenda, proprio in una delle settimane più impegnate e impegnative, quella Santa; non si cura dell’imminente visita del presidente degli Stati Uniti e sceglie di incontrare quel bambino che lo ha denominato Papu, usando per lui la figurina di un calciatore, guarda caso argentino, oggi in forza all’Atalanta: Alejandro Gomez, detto “il Papu” per via della bassa statura.

«Ho voluto fare uscire il pontefice
dal Vaticano – spiega Garlando – perché l’incontro è l’antidoto contro la paura e ne abbiamo tanto bisogno oggi»: con in mente il morettiano Habemus Papam, l’autore dà vita ad un Francesco in borghese che, munito di cellulare e fruitore del servizio di car sharing, fa il nonno per una settimana dimostrando «il valore della carità che c’è nel costruire ponti a dispetto di chi innalza muri per paura». È un romanzo fortemente attuale «Io e il Papu», ci sono dentro i dolori di tutti, c’è la vita con le sue ferite «ma c’è anche il coraggio mescolato alla tenerezza» sottolinea padre Spadaro «e poi vi è la presenza fisica e affettuosa di Bergoglio di cui Garlando si dimostra essere un grande ermeneuta».

Centrale è ovviamente anche lo sport che risulta trend d’union tra generazioni diverse nelle figurine Panini e «offre la migliore metafora – ha concluso Garlando – per dire che il gioco di squadra è fondamentale anche quando si tratta di salute e guarigione». In sala erano numerosi i bambini, sia degenti del nosocomio del Gianicolo, sia della vicina scuola elementare Virgilio i cui docenti insegnano anche ai piccoli pazienti; tante le loro domande all’autore: dal “come si diventa scrittori?”, «Innamorandosi della lettura», alla curiosità sulla consegna o meno del libro al Papa, «Lo ha ricevuto e ha sorriso, spero lo legga».

18 maggio 2017