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“Io, Daniel Blake”, sguardo sull’umanità sofferente

Nelle sale l’ultima pellicola di Ken Loach, Palma d’oro a Cannes. Protagonista: un “viandante” perso in un deserto di incomprensione

Nelle sale l’ultima pellicola di Ken Loach, Palma d’oro a Cannes. Protagonista: un “viandante” perso in un deserto di incomprensione e ineluttabile abbandono

L’analisi di un panorama sociale irto di difficoltà e ostacoli. Di Ken Loach, regista inglese da sempre arrabbiato, esce questa settimana in sala Io, Daniel Blake, film che riguarda argomenti in passato già affrontati ma ora riproposti con nuova, desolata disperazione. Quasi sessantenne, Daniel Blake, da sempre falegname, accusa un problema al cuore che lo induce a chiedere il sussidio dello Stato. Ma una semplice richiesta di documentazione lo fa precipitare in una giungla burocratica senza fine. Mentre lotta con uffici e computer, Daniel conosce Katie, madre di due bambini piccoli, costretta a vivere in un piccolo appartamento a Londra. Tra i due nasce una lenta, progressiva forma di aiuto reciproco.

Ottanta anni compiuti a giugno, una trentina di film girati nel corso di una carriera cominciata alla BBC alla fine dei Sessanta (Poor cow è addirittura del lontano 1967) e una lucidità di sguardo e di riflessione che gli ha permesso con questo titolo di aggiudicarsi la seconda Palma d’oro a Cannes 2016 (dopo Il vento che accarezza l’erba, 2006). Altri titoli negli anni sono rimasti nella memoria di tanti spettatori italiani ed europei come Riff Raff, Piovono Pietre, Terra e libertà, Ladybird Ladybird, In questo mondo libero. Ken Loach si presenta abitualmente, così: proprio quando siamo pronti a sottolinearne la ripetitività dei temi, il girare intorno a nodi sociali ben conosciuti, la staticità dei nodi drammatici, ecco che il cineasta inglese sorprende con una scansione narrativa nuova e inedita. Non tanto per lo sviluppo che propone ma piuttosto per l’angolo esistenziale che affronta, quel viluppo intricato che sembra mettere i protagonisti in una situazione senza via d’uscita.

Il titolo avrebbe potuto essere Io, Daniel Blake cittadino con l’aggiunta “del mondo”. Ed è un’aggiunta sottolineata dal regista stesso nella conferenza stampa a Roma in occasione del lancio del film. Perché quel nome, così secco e diretto, significa l’unità nel plurale, il singolo nella collettività, e anche una voce isolata in mezzo a tante voci difformi. Nel suo vagare sempre più disperato per le strade di Londra, Blake diventa simile a un viandante impossibilitato a scegliere, perso in un deserto di incomprensione e di ineluttabile abbandono. L’occhio del regista tuttavia resta vigile sulla parabola del protagonista, lo pedina e lo segue fino a quando una reazione è ancora possibile. Al momento in cui qualcosa cede, l’uomo Daniel Blake è pronto ad affidarci la sua pesante eredità: quella dell’umanità violentata e offesa, della sofferenza lasciata senza difesa, della ferita rimasta senza cura.

Ora restiamo inerti di fronte a lui e ci chiediamo che fare. L’invito deve coinvolgere e chiamare a raccolta tutti gli uomini di buona volontà, pronti ad aiutarsi e a difendere e lottare per un futuro più vero e giusto. Per questi accenti da parabola, per questo silenzioso appello finale, per questo sommesso grido di dolore trattenuto, il film di Ken Loach è da vedere e utilizzare in più occasioni come esempio di cinema di forte impronta civile e di intensa qualità espressiva.

24 ottobre 2016