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«Jackie», alla scoperta della donna dietro la leggenda

Il regista cileno Pablo Larraín entra con rispetto e delicatezza nella vicenda personale di Jackie, non risparmiando richiami a ombre e fragilità

Il regista cileno Pablo Larraín entra con rispetto e delicatezza nella vicenda personale di Jackie, non risparmiando richiami a ombre e fragilità 

Jacqueline Kennedy ha 34 anni quando il marito John viene eletto presidente degli Stati Uniti d’America. Giovane ed entusiasta, è il 22 novembre 1963, quando durante una visita a Dallas alcuni colpi raggiungono l’uomo che resta esanime sul sedile della macchina.

In quel momento Jackie Kennedy esce dalla realtà, entra nella storia e diventa mito. Eppure lei non ha mai ceduto alla seduzione della leggenda. Dopo oltre 40 anni e, già molte storie, ora vere ora false, un nuovo film arriva a parlare di lei. E fin dal titolo: Jackie, infatti, si intitola semplicemente questa nuova proposta firmata dal cileno Pablo Larraín e in sala dal 23 febbraio. Il regista indaga il mito ma anche la dimensione privata della famiglia Kennedy poche ore dopo l’uccisione di JFK.

Presentato in concorso alla 73esima Mostra di Venezia e candidato ai prossimi Premi Oscar il 26 febbraio nella categoria “miglior attrice protagonista”. Il film mette a fuoco, in forma di flashback, l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy e la prospettiva del racconto è quella della moglie Jackie, come reagisce al drammatico evento. Già regista di titoli di bella plasticità drammatica e di forte carica espressiva ( Tony Manero 2008, No – I giorni dell’arcobaleno, 2012 e Neruda, 2016), il cileno Larraín esordisce a Hollywood confrontandosi con una storia che tocca uno dei miti della politica e della società americana del XX secolo, la famiglia Kennedy.

Il film è un ritratto della first lady, che ha inizio con la formula dell’intervista. Ci troviamo infatti a Washington e il presidente John F. Kennedy è stato da poco assassinato a Dallas. L’intervistatore offre a Jackie l’opportunità di ritornare sui fatti appena accaduti, di raccontare la vicenda dal proprio punto di vista, sollevando il velo di separazione tra privato e pubblico. La morte di JFK, la corsa in ospedale, l’incontro con i suoi due bambini e con il fratello del presidente Bobby, la gestione della stampa e il rapporto con l’opinione pubblica. Ancora, il funerale, come comparire e cosa dire. Il racconto diventa un viaggio emotivo dentro il dolore di una donna, a lungo mitizzata, ma qui rivista nel suo essere una moglie, una vedova, una donna sola chiamata a gestire la sua disperazione sotto i riflettori del mondo, perché sposa del presidente del “sogno americano”.

Larraín entra con rispetto e delicatezza nella vicenda personale di Jackie, non risparmiando richiami a ombre e fragilità, ben lontana da certa facile mitologia in cui è stata cristallizzata. Il film si presenta dunque come un ritratto forse non del tutto realistico, ma veritiero, capace di evidenziare il dolore della protagonista come elemento scatenante di ogni reazione. Uno stile forte, una impronta d’autore vigorosa che deve molto anche alla presenza di Natalie Portman ( foto), una Jackie sfibrata nel pianto e consumata nell’ansia del futuro. Un film capace di restituire la complessità della situazione e il dramma esistenziale che dilania da quel momento in poi la vita della protagonista. Non ci sono sconti, i toni sono asciutti e poco indulgenti. Il film si presta ad una approfondita riflessione sull’incontro tra cinema e storia.

13 febbraio 2017