La “cura” per Ostia: «Lavoro, cultura, democrazia»

Nella parrocchia Regina Pacis il dialogo tra il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho e don Luigi Ciotti. De Raho: «Importante è non restare inerti». Il sacerdote: «Nessuno può agire al posto nostro»

Ostia, 50 anni fa isola felice, dove alcuni oggi vogliono imporre la legge illegale del più forte. Cosa l’ha trasformata? Cosa ha consentito alla mafia di controllarla? Intervento senza sconti quello del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, intervenuto ieri sera, 15 maggio, nella parrocchia Regina Pacis insieme a don Luigi Ciotti, per il terzo incontro su “Legalità e giustizia” promosso dalle otto parrocchie di Ostia, con il vescovo di settore Paolo Lojudice e la collaborazione del giornalista di Avvenire Antonio Mira. Nelle sue parole, la ricerca delle cause e la proposta di modelli: «Disattenzione delle istituzioni e omertà, che è forma di egoismo. Non ci sono state denunce allora, mentre pochi sfruttavano il mare per interessi privati. Negli anni la situazione si è radicata e sviluppata nel silenzio. Gruppi criminali provenienti dal Sud hanno contagiato la delinquenza del posto. Eppure – ricorda – tante azioni ci sono state da parte dello Stato. Processi sono in corso. Se fossimo uomini di Chiesa o veri cittadini non potremmo accettare simili sopraffazioni: quella verso un singolo è verso tutti».

L’invito, quindi, è a reagire, ciascuno per quanto gli è dato: «La reazione deve venire dalle istituzioni ma anche da tutti noi. Oggi ci sono modelli operativi che un tempo non c’erano, come la protezione dei cittadini», sottolinea il procuratore, anche lui dalla vita “accompagnata”, come tanti altri presenti. Poi l’esempio: «Questo territorio vanta espressioni di grande intensità come Federica Angeli. Madre di figli piccoli, ha compreso che o la criminalità la sconfiggiamo noi o metterà a rischio la vita delle persone a noi care». La libertà si difende. «Tra la nostra libertà e la nostra incolumità a cosa spetta priorità? Io ho scelto da tempo – confida -, tanti lo hanno fatto. Se non reagiamo perderemo quanto di più grande abbiamo. Ci vuole coraggio, capacità di vincere la paura, giorno dopo giorno. Se ciascuno facesse qualcosa, altri si unirebbero a questo progetto di rinnovamento culturale».

Il riferimento di De Raho è a persone come don Pino Puglisi e don Peppe Diana: «Hanno cercato di fare qualcosa in più. Perché non possiamo farlo noi? Non tutti sono chiamati ad ergersi a paladini della legalità. Importante è non restare inerti. Si può recuperare, con l’aiuto di tutti». E a tornare su quel noi è don Luigi Ciotti, fondatore prima, nel 1965, del Gruppo Abele, quindi di Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. «Nessuno è necessario, insostituibile ma nessuno può agire al posto nostro. Abbiamo bisogno di riconoscere le cose belle nelle nostre realtà. Aiutiamo a distinguere per non confondere, cogliere il positivo che c’è senza enfatizzare il negativo». Di qui l’invito a non essere «specialisti della perplessità. La speranza viene dall’unire le forze degli onesti per divenire una forza».

Ricorda la nota pastorale del 1991 “Educare alla legalità”, don Ciotti, nel passaggio che recita: «Dove viene soffocato un progetto di giustizia la Chiesa ha il dovere di parlare». «Mi ha incoraggiato molto – confessa – Non possiamo stare a guardare. La comunità cristiana sensibile al bene comune è chiamata ad offrire il proprio contributo alla crescita della legalità. Troverete persone che si indignano. Non basta. Si cura con lavoro, cultura, democrazia e questa cura siamo tutti noi». Poi avverte: «Abbiamo il dovere della memoria viva ma le mafie sono cambiate. Aiutiamo i ragazzi a conoscere nel modo giusto questo fenomeno». Il sacerdote lo spiega in 4 punti: il progressivo allargamento del raggio d’azione dei mafiosi, i mutati profili organizzativi, la vocazione imprenditoriale e la nuova strategia, la corruzione.

«Oggi le mafie si collocano all’interno dell’area grigia, spazio relazionale tra la sfera legale e illegale, grazie ad alleanze con diversi poteri – le parole di don Ciotti -. Alziamo la voce, quando molti scelgono un prudente silenzio», esorta, citando don Tonino Bello. Quello che è urgente allora è una rivoluzione culturale: «Riscoprire l’educazione alla responsabilità e la responsabilità di educare». Due le scelte irreversibili: la simultaneità degli interventi – «non sono possibili compartimenti stagni» – e poi le politiche sociali, «senza confondere la legalità, mezzo, per raggiungere il vero obiettivo, la giustizia». Ad offrire le coordinate sono poveri e discriminati. E sulla violenza manifestata in gran parte d’Italia il fondatore di Libera osserva che «è anche figlia della violenza delle parole, di un linguaggio pubblico e politico che la alimenta. La nostra Costituzione è nata come risposta a nazismo, fascismo, leggi razziali. Il ritorno di queste ideologie è rischio reale non nostalgia malata». Costruire contesti in cui l’inclusione è praticata: questo l’invito. «Abbiamo bisogno della verità non di approssimazione. Nessuno sporchi la bellezza di questa gente».

16 maggio 2018