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La famiglia e i suoi ritardi: tempo ed energie dedicate alla ricerca della stabilità

L’analisi di don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, sulle sfide e i «ritardi endemici» che compromettono il funzionamento della famiglia in Italia

Si apre oggi a Roma la Terza conferenza nazionale sulla famiglia. È certamente una buona notizia a condizione che se ne esca con orientamenti e impegni che risolvano i problemi che le nostre famiglie vivono. Volendo cercare un filo conduttore che esprima le sue difficoltà, è possibile individuarlo in un «ritardo endemico» che ne compromette la formazione e il corretto funzionamento.

Il primo ritardo è sulla sua formazione:
i nostri giovani che intendono formare la famiglia ritardano il matrimonio. I motivi possono essere molti; nella cultura oggi prevalente che non stima il patto coniugale che debba durare tutta la vita, ma anche le difficoltà di vivere una condizione chiara e stabile. Lavori precari; spesso distanti – molto distanti – tra i futuri possibili coniugi; la speranza di un lavoro certo per ambedue; la collocazione abitativa che non è più a fianco dei genitori che magari avevano preparato una futura dimora.

vinicio albanesiSi compensa queste difficoltà con la convivenza, con l’aggravante che non si sa quando diventerà stabile e duratura. Di conseguenza il matrimonio si ritarda e con esso la nascita di un futuro figlio. Il tempo che trascorre – arriva a lambire i 40 anni – è tempo sciupato alla ricerca della stabilità. Nel frattempo il ritardo si è riversato sui genitori che rimangono di fatto tutori di prole maggiorenne solo anagraficamente, ma in realtà minorenne: i giovani non riescono a trovare lavoro e collocazione; si trascinano alla ricerca della casa e del lavoro, intesa come stabile e indipendente dimora. Sistemati i figli sono i genitori a cercare sicurezza essendo rimasti soli.

Se in casa coesistono problemi seri, come un fratello o una sorella disabile, dei nonni da accudire, il peso – ancora una volta – ricade su di loro, questa volta veramente soli. Inoltre, essendosi allungata la vita rischiano di vivere gli ultimi anni senza il conforto di chi dovrebbe stare loro accanto per essere accuditi. La “cifra” della stabilità si gioca intorno al lavoro, ma anche intorno alla “dimora”, elementi determinanti per l’unità delle famiglie d’origine e di quelle appena nate. Come si possa comporre, con l’intervento di politiche sociali, simile dissonanza è veramente difficile.

La ricerca di lavoro non tiene conto della dimora e delle situazioni familiari che ciascuno vive. Il lavoro è considerato come unità legata alla persona, a prescindere dalle situazioni di vita affettive e familiari. La nuova famiglia nasce con difficoltà; è già costretta a vivere la precarietà, spesso lontana dalle sue radici. I costi incominciano a pesare più dei benefici: costi che si pagano nelle relazioni, negli affetti, nella composizione della famiglia e nella sua stabilità. Prevale la sopravvivenza, invece del progetto di vita. (don Vinicio Albanesi)

 

28 settembre 2017