“La mia nascita è quando dico un tu”

Un verso di Aldo Capitini al centro della riflessione sulle domande vitali dell’adolescenza, sulla scoperta di se stessi e sulla necessità, per giovani e adulti, di vivere la fatica della relazione

Ieri pomeriggio, per caso, mi è capitato di rileggere una poesia di Aldo Capitini che inizia con un verso splendido: La mia nascita è quando dico un tu. Per un attimo ho provato l’emozione di essere sorpreso dalla parola letteraria che, quando è vera, è capace di spalancare orizzonti di senso nei nostri tempi quotidiani convulsi, spesso sciatti, troppo volte sprecati. È vero, oggi più che mai la nostra società, le nostre relazioni, noi stessi, andremmo rialfabetizzati nell’esercizio necessario e vitale del domare la tirannide dell’io, per fare posto a quel tu, a quell’alterità dell’altro, capace di riaprire le finestre della nostra esistenza troppo spesso resa stantia dai veleni dell’individualismo, dell’egocentrismo, del narcisismo.

Poi ho pensato ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze. Mi sono interrogato su come potesse parlare alla loro esperienza questo verso di Aldo Capitini, a come quel tu così necessario a noi tutti potesse fare da reagente in quel periodo così singolare che è l’adolescenza. Mi sono ritrovato a constatare come a differenza di noi adulti, in genere soggetti a un’inerzia che tende gradualmente a erigere muri contro la presenza dell’altro nella vita, sempre meno disponibili a fare posto in uno spazio dell’interiorità che ci sembra troppo limitato per concederlo ad altri, per gli adolescenti si verifichi un movimento assolutamente opposto. Gli adolescenti e le adolescenti sono letteralmente invasi da orde di tu, per un motivo molto semplice: avendo perso la loro precedente identità, quella dell’infanzia e non avendo ancora conquistato la terra più o meno ferma di una qualche forma di età adulta, sentono generarsi un vuoto che non può che essere riempito.

Sono tante le presenze che vanno a popolare questo spazio. Dai modelli improvvisamente ostili, siano essi autorità o stereotipi faticosi da raggiungere se non irraggiungibili: genitori, insegnanti, il fratello o la sorella troppo bravo o troppo brava; ai modelli che generano fascinazione: compagni di classe, amici, conoscenti invidiabili; fino ad arrivare all’esercito di modelli astratti che si prestano a dinamiche proiettive: profili seguìti sui social, personaggi della rete, del mondo dello sport e dello spettacolo. Insomma, tornando a Capitini, i tanti tu detti da un adolescente ai quali è concesso l’ingresso nel proprio spazio interiore sembrano infiniti, anche se talvolta quel ragazzo o quella ragazza in certi momenti assomiglia un po’ a uno sperduto colono del far west, caricato da una mandria di bisonti, che cerca di fermare per farsi riconoscere, chiamandoli uno a uno.

Va da sé allora che il tu più importante che va pronunciato in quel tempo non è tanto quello dell’altro, come deve avvenire nell’età adulta, quanto un tu che dica anzitutto l’io. Pensando ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze, il bellissimo verso di Capitini letto in questo modo forse è ancora più emozionante: per una vita che esce dai porti sicuri dell’infanzia la mia nascita è quando dico io. Un «io sono questo e io solo sono questo», un «io sono questo e per questo sono bello, sono bella», un «io sono questo e per questo valgo». Al di là dei tanti tu che possano sembrare infinitamente più desiderabili il tempo dell’adolescenza è il tempo prezioso in cui il primo tu da dire è quello che riguarda se stessi.

È questo un dato essenziale di riflessione, specie per noi adulti, troppo spesso impreparati all’irruzione nelle nostre vite di quella novità assoluta e inedita che è un ragazzo o una ragazza che entra, pur disorientato o disorientata, nell’oceano dell’esistenza. Spaventati dalla forza d’urto della novità, non disponibili a sopportare e supportare il tempo necessario alla risposta a questa domanda vitale, noi adulti ci limitiamo a riproporre o peggio imporre modelli che ci rassicurino, che ci tengano al riparo dalla fatica della relazione. Ma quella domanda rimane lì e il custodire e l’accompagnare la possibilità dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze di potere rispondere resta forse il primo bisogno educativo che ci compete. A tra quindici giorni.

31 gennaio 2018