“La mia vita è un paese straniero”, un eccentrico Turner
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“La mia vita è un paese straniero”, un eccentrico Turner

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Un testo tra prosa e poesia, paragonabile a un quadro cubista, in cui la coscienza febbrile dell’autore governa i tanti rivoli di memoria, personale e storica

Sono tanti i libri di guerra contemporanei che raccontano lo scempio dei corpi feriti, il massacro delle vite oltraggiate, la stupidità al comando, ma pochi quelli in grado di farci cogliere le alterazioni percettive prodotte sui nostri simili dalla ferocia bellica: ricordiamo Dispacci di Michael Herr, pubblicato nel 1968, quando i fuochi del Vietnam erano ancora accesi; oppure Apocalisse criminale di Anthony Lohd, uscito in Italia tredici anni fa, sulle tragedie dell’ex Jugoslavia. Testi autobiografici che indagavano sulla natura umana profanata, lasciando intuire ciò che resta nel combattente quando posa le armi: quel senso di vuoto capace di modificare la sua concezione dell’esistenza, che già Ernest Hemingway, in Il ritorno del soldato, compreso nei Quarantanove racconti, aveva cercato di sviscerare.

È in tale prospettiva antropologica che il romanzo di Brian Turner, La mia vita è un paese straniero (Nn edizioni, traduzione di Guido Calza, 18 euro), si legge con maggiore profitto: i flash dei conflitti più recenti, come quello iracheno, vengono mischiati ai ricordi delle due grandi guerre novecentesche, con un richiamo a quella di Secessione, fondamentale per comprendere l’identità americana. Lo scrittore, che appartiene a una stirpe di soldati, sergente egli stesso nei reparti di élite statunitensi che si contrapposero alle guardie fedeli a Saddam Hussein, ha composto un testo in molti sensi eccentrico, fra prosa e poesia, paragonabile a un quadro cubista, dove le descrizioni delle faide bosniache compaiono accanto allo sbarco di Guadalcanal, con momenti di aurea pace californiana legati insieme ai bombardamenti che sconvolsero i quartieri di Bagdad coinvolgendo la popolazione civile.

In certe pagine più intense il tessuto narrativo si presenta scomposto in tanti rivoli di memoria personale e storica, dalle periferie scalcinate di Mosul agli atolli dell’oceano Pacifico, dal parco commemorativo di Nagasaki ai cieli tedeschi del 1945. I cecchini arabi vengono stanati dai Blackhawk. Un quattordicenne accompagna il padre a sentire il discorso del presidente Reagan alla Casa Bianca. Nei deserti americani alcuni uomini manovrano sugli schermi di un computer i droni diretti in Medio Oriente. Ai tavoli del ristorante dell’albergo Savoy di Berlino servono giovani cameriere, le quali potrebbero essere le pronipoti dell’uomo che caricò di gas la bomba che uccise il bisnonno del protagonista. Questi scorci vengono giustapposti in brevi capitoli dallo stile fortemente ritmico con strenua volontà rappresentativa.

È la coscienza febbrile dell’autore a governare, quasi sempre liricamente, il flusso emotivo, sebbene talvolta sembri evocarlo. Dobbiamo chiederci la ragione che ha spinto Brian Turner a rovistare nel gorgo lasciando emergere gli orrori. Crediamo l’abbia fatto non certo nell’illusione di poter allontanare da sé i mostri che albergano nella specie umana, quanto piuttosto per mostrarli a tutti scuotendo così il torpore dei suoi connazionali. In realtà, lo afferma lui stesso in un passo decisivo, «l’America, smisurata ed estesa da un oceano all’altro, non ha abbastanza spazio per contenere la guerra che ognuno dei suoi soldati porta a casa. E anche se ne avesse, non vorrebbe».

18 aprile 2017