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La missione nel tempo di una umanità in movimento

L’incontro al Maggiore sul rapporto tra annuncio ad gentes e flussi migratori. Il vescovo Lojudice: «Basta proclami, facciamo qualcosa di concreto»

L’incontro di Ufficio missionario e Migrantes sul rapporto tra annuncio ad gentes e flussi migratori. Lojudice: «Basta proclami, facciamo qualcosa di concreto»

Quando 130 anni fa monsignor Giovanni Battista Scalabrini iniziò a porre le basi per la congregazione dei missionari di San Carlo Borromeo in molti lo criticarono. Tanti, anche all’interno della Chiesa, non riuscirono a scorgere l’utilità di una congregazione per la cura degli emigranti. Erano i giorni in cui dai porti italiani partivano molte navi con migliaia di connazionali diretti nelle Americhe, e non solo, in cerca di un futuro migliore. Si pensava fosse un fenomeno transitorio, che nel tempo si sarebbe fermato. A 130 anni di distanza non solo ne parliamo ancora: siamo interpellati a cambiare la nostra visione, le nostre certezze sia come società che come Chiesa.

Padre Aldo Skoda introduce con lo sguardo a un passato attualissimo il suo intervento all’incontro “Migrazione e Missione. Come la migrazione interpella e provoca la Missione ad gentes”. La mattinata, organizzata sabato 13 maggio al Seminario Maggiore dal Centro Missionario diocesano in collaborazione con l’Ufficio diocesano per la pastorale delle migrazioni, ha offerto la possibilità per «fermarci e capire che carità e accoglienza hanno tante forme – dice monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale delle migrazioni -, tutte da attualizzare in fatti concreti. È necessario comprendere e approfondire fenomeni così grandi, che interessano nazioni e noi singoli cittadini, per evitare che i populismi creino un clima malsano».

Si tratta di «grandi dinamiche che stanno cambiando l’Europa e i cristiani d’Europa – gli fa eco padre Skoda, scalabriniano, docente e preside dello Scalabrini International Migration Institute -. Siamo tutti coinvolti e sbagliamo se pensiamo che sia un fenomeno circoscritto: è un’umanità in movimento». Oltre il 50% dei migranti è donna, più della metà dei richiedenti asilo ha meno di 18 anni. Sono «ragazzi che passano l’adolescenza senza cure, affetto, scappando da guerra e ingiustizia». Padre Skoda ha ben chiari gli elementi che caratterizzano il fenomeno migratorio: è strutturale, «non si può più tornare indietro, non ci sarà più un’epoca pre-migratoria»; è irreversibile e continuo; è anche fluido. Le categorie legali (rifugiato, richiedente asilo etc.) «non sono più sufficienti per accompagnare, governare e comprendere il fenomeno».

Di fronte a una tale complessità, padre Skoda vede nella comunità cristiana d’Europa l’opportunità per correggere i populismi che minacciano le politiche del vecchio continente. «Bisogna fare uno sforzo continuo, certe volte noi stessi riviviamo alcune dinamiche populiste della società a cui apparteniamo». Per questo sono necessarie soluzioni durature e strutturali, che promuovano lo sviluppo integrale e l’integrazione delle persone nelle comunità di arrivo, conclude il missionario. «La sfida grande è quella di tradurre nella realtà i diritti delle nostre carte. In questo la Chiesa ha un ruolo fondamentale come fermento di nuova umanità».

Suor Paola Vizzotto è un’esperta di questo fermento. Missionaria del Pime, impegnata per anni in Africa, tra i detenuti del carcere in Cameroun, e oggi nella sezione femminile del carcere di Rebibbia. Adesso la “sua” Africa è al di là di quelle sbarre. Le inferriate proiettano le loro ombre sui “Terzi mondi” dell’esclusione, del razzismo, della solitudine. In Cameroun come a Roma. «I giovani di quelle terre oggi scappano. È un continente costretto a morire». Ma per quale motivo, si chiede la religiosa nel suo intervento. «Se oggi loro sono qui la colpa è anche nostra. Di un occidente che in Africa ha fatto e continua a fare il bello e il cattivo tempo. Dobbiamo avere il coraggio di prendere posizione. Anche come Chiesa. Di denunciare, di raccontare ai nostri amici qui in Italia come stanno le cose».

A Rebibbia suor Paola conosce le vittime della tratta. «Mi sento piccola davanti a loro. Ingannate, strappate alla loro terra con la promessa di un lavoro e di dignità in Italia. Partono dalla Nigeria e arrivano sui nostri marciapiedi». Allora è grande il senso di inadeguatezza: «Posso fare poco e niente davanti a queste tragedie. Per questo voglio almeno farle conoscere a chi vive al di là dei muraglioni di Rebibbia». Smettono di essere «immigrati» e iniziano a essere nomi e storie, speranze e illusioni. «È un modo – conclude suor Paola – per guardarci negli occhi e riconoscerci umani».

Infine i saluti di monsignor Paolo Lojudice, vescovo incaricato del Centro diocesano per la cooperazione missionaria tra le Chiese, che ha auspicato «una maggiore collaborazione tra le tante realtà diocesane che si occupano di migranti. Sono davvero molte e fanno cose eccellenti. Siamo chiamati a una sintesi delle varie esperienze, adottando e diffondendo le migliori per avere risultati sempre più apprezzabili». Certo, «il divario tra i diritti di carta e quelli veri rimane. Bisogna continuare a combattere per ridurlo. Non scriviamo più – l’invito del vescovo -, niente più proclami o dichiarazioni d’intenti. Facciamo qualcosa di concreto che valga per tutti gli uomini e le donne in difficoltà di questa città». Non si tratta di domandarci,  chiosa padre Aldo Skoda, «che tipo di pastorale bisogna adottare per i migranti, ma piuttosto che volto di Chiesa vogliamo per oggi e per domani. A questa risposta corrisponderà una pastorale più o meno corretta con chiunque».

15 maggio 2017