«La montagna vivente», Shepherd scopre «il segreto della crescita»

È sconcertante che un’opera di tale livello sia finora rimasta inaccessibile alla cultura italiana: segno di una decadenza ormai incontestabile dei nostri criteri di valore

Ce la possiamo immaginare, Nan Shepherd, nata nel 1893 ad Aberdeen, sul versante scozzese del Mare del Nord, quando da ragazza s’innamorò dei monti Cairngorm che svettano massicci all’interno. Sin da piccola, partendo dal sobborgo di Cults, era abituata a camminare nei sentieri impervi che salivano verso l’altopiano. Molti l’avranno considerata una vagabonda. In realtà faceva l’insegnante. Condusse un’esistenza ordinaria, a parte l’emozione che sentiva quando arrivava nell’artico europeo. Non si trattava di un sentimento romantico di pura esaltazione di fronte alla natura perché in questa donna c’era un senso vivo dell’esperienza concreta che mi piace pensare potesse venirgli da Robert Louis Stevenson, se non addirittura dai due Lawrence: David Herbert e il famoso colonnello che guidò gli arabi contro i turchi.

Compose tre romanzi, definiti “modernisti” dalla critica, tuttavia il suo vero capolavoro resta La montagna vivente (Ponte alle Grazie, pp. 176, traduzione di Carlo Capararo, 14 euro), scritto alla fine della seconda guerra mondiale ma pubblicato soltanto nel 1977 da un editore universitario, quattro anni prima che lei morisse. In un appassionato encomio introduttivo Robert Macfarlane accosta il libro (di ardua catalogazione, alla frontiera tra diario, poesia, saggio e romanzo) a quelli di altri importanti e ben più famosi scrittori di viaggio come Bruce Chatwin. Noi potremmo aggiungere Sabbie arabe (1959) di Wilfred Thesiger o Desert solitarie (1968) di Edward Abbey. Ma si tratterebbe di semplici suggestioni perché Nan Shepherd ha qualcosa di speciale che la distingue subito.

Ed è sconcertante che un’opera di tale livello sia finora rimasta inaccessibile alla cultura italiana: segno di una decadenza ormai incontestabile dei nostri criteri di valore, anche pensando al rischio che adesso un lavoro come questo potrebbe correre venendo mischiato, nella percezione comune, insieme alla varia, come se fosse un manuale sull’arte del camminare o una guida sulla “wilderness”. Ciò che rende unico The living mountain – titolo originale – non è il paesaggio raffigurato, ma lo stile: un’inquadratura fissa in dodici sequenze scandite da un timbro di voce che non conosce flessioni dalla prima all’ultima pagina: la precisione del dettaglio nella descrizione dei luoghi, delle catene montuose, delle piante e degli ambienti atmosferici sembra facile da raggiungere, ma non si può insegnare nei corsi di scrittura.

Nan Shepherd, nel rimbombo sordo del tragico conflitto che in quegli stessi anni stava squassando il Vecchio Continente, scruta le creste, entra nei recessi, vive nel vento, ascolta lo sciabordìo del fiume, studia il formarsi del ghiaccio e lo scorrere dell’acqua, ammira la tavolozza dei colori sulle scoscese, resta assorta sotto lanugini di neve «come sottili ragnatele», senza aver paura dei «fire flaughts», i fiocchi di fuoco dei temporali, respira nell’aria della montagna («Ed è alla qualità di quest’aria che si deve la sterminata varietà delle sue colorazioni»), ama l’odore della terra («uno dei migliori che esistano al mondo perché è l’attività dei batteri al suo interno a produrlo»), come nessun esploratore potrebbe mai fare. Questa grande scrittrice, «nella complessa interazione tra il terreno, l’altitudine, il tempo atmosferico e i tessuti viventi di piante e insetti», ha cercato di scoprire «il segreto della crescita».

 

7 maggio 2018