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“La ragazza senza nome”, il giallo dei Dardenne

Presentato in anteprima al Tertio Millennio Film Festival, arriva nelle sale il film che ha per protagonista la giovane dottoressa Jenny

Presentato in anteprima al Tertio Millennio Film Festival, arriva nelle sale il film che ha per protagonista la giovane dottoressa Jenny e la sua solitaria indagine

Sono tra i registi più prolifici del cinema europeo e nel loro caso quantità della produzione e qualità dei risultati trovano una corrispondenza quasi perfetta. In questi giorni Jean–Pierre e Luc Dardenne sono in sala con La ragazza senza nome, il loro nuovo film in concorso al recente Festival di Cannes 2016 e presentato in anteprima italiana la scorsa settimana alla XX edizione del Tertio Millennio Film Festival organizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo.

Subito siamo chiamati a familiarizzare con Jenny Davin, giovane dottoressa impegnata nel servizio sanitario pubblico. Spesso l’orario delle visite si prolunga oltre il previsto, ed è al termine di una di quelle sere oltremodo faticose che Jenny sente suonare il campanello ma, in un impeto di stanchezza, dice al suo assistente stagista di non rispondere. Il giorno dopo la polizia si presenta alla porta dell’ambulatorio: una ragazza è stata trovata morta nei paraggi e gli agenti chiedono di esaminare il nastro della telecamera di sorveglianza. Così Jenny è costretta ad ammettere che il suo rifiuto di aprire la porta ha causato la morte di una ragazza. In modo involontario certamente, ma quella ragazza che non ha ancora un volto né un nome comincia ad abitare nella sua mente. Al punto da spingerla a cercare di scoprire chi era, nell’intento di darle una degna sepoltura.

Da quel momento Jenny mette in atto una ricerca tanto difficile quanto imprevista e piena di ostacoli. Tra le cose che emergono c’è quella che la vittima era una ragazza di colore, emigrante dall’Africa e con l’abitudine di frequentare il mondo della prostituzione e della droga. Costretta ad arrivare in territori per lei non abituali, Jenny si muove con circospezione e delicatezza, affrontando anche rischi e minacce. Avendo realizzato che gestire il “caso” e portare avanti il lavoro in ufficio non potevano convivere, Jenny lascia la sua casa e si trasferisce a vivere proprio nell’ambulatorio. Con pazienza e sensibilità, la dottoressa tiene testa ai molti contrattempi che emergono, fino ad una soluzione improvvisa e narrativamente brusca.

Negli anni passati i fratelli Dardenne hanno colpito pubblico e critica con film di bel nitore drammatico e di forte spessore etico, come Il figlio, Il ragazzo con la bicicletta, Rosetta e altri. Sempre attenti a osservare i delicati equilibri sociali in atto nella società belga che guardano con acutezza e taglio compassionevole, i fratelli registi stavolta affidano la loro discesa negli inferi di una nazione densa di contraddizioni a un unico personaggio. Jenny, il medico protagonista, è costantemente sola e senza sostegno, non ha una famiglia, non un’amica/amico, un diversivo. È come una monocorde persona destinata a portarsi addosso il peso di tutti i mali degli “altri”. Timida e non appagata, Jenny sconta il risentimento e la rabbia di quanti si sentono insoddisfatti. Anche stavolta il sacrificio della ragazza ottiene tutta la nostra partecipazione, eppure resta intorno a lei qualcosa di irrisolto. Come se quella ragazza senza nome riuscisse ad essere più “personaggio” lei della stessa Jenny.

8 novembre 2016