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“La sabbia nelle urne”: le schegge roventi di Paul Celan

Pubblicata la traduzione in italiano della raccolta d’esordio. Liriche brevi, dalla spinta autenticamente letteraria, di cui vivere la forza febbrile

Pubblicata la traduzione in italiano della raccolta d’esordio. Liriche brevi, dalla spinta espressiva autenticamente letteraria, di cui vivere la forza febbrile

Paul Celan, nato nel 1920 a Czernowitz, nella Bucovina austro-ungarica, morì a Parigi nel 1970 gettandosi dal ponte Mirabeau nelle acque della Senna. Le sue poesie distillano grumi di senso, a volte opachi, a volte luminosi: non danno mai l’impressione di restare sulla carta come macchinari sperimentali. Hanno sempre una vitalità ferita, per quanto tenebrosa. Siamo lontani anni luce dal simbolismo: il compito ben fatto del Novecento. Il problema non è interpretare i versi di questo grande scrittore, uno di più visionari, audace fino all’astrazione eppure sempre legato alla terra, ebreo di lingua tedesca: se lo facessimo ne usciremmo troppo spesso senza ricavo logico. Siamo piuttosto chiamati a viverne la forza febbrile, provando a sentire la dimensione spirituale che i testi rappresentano, in certi casi evocano da una distanza quasi incolmabile.

Era da tempo che aspettavamo la traduzione in italiano della sua raccolta d’esordio, da alcuni definita “fantasma”, pubblicata a Vienna nel 1948 in cinquecento copie numerate, di cui solo nove vendute, e presto ritirata dal commercio per la quantità di refusi presenti: La sabbia delle urne (Einaudi, a cura di Dario Borso, pp. 183, 14 euro). Alcune poesie furono riprese nei libri successivi entrando così nel canone aureo. Altre restarono inedite. Solo nel 2003 l’editore Suhrkamp di Francoforte sul Meno le ripropose al grande pubblico.

Sono liriche brevi, fulminanti, schegge roventi prima ancora di essere enigmatiche, composte da un giovane, prima e dopo gli anni di guerra, nel fuoco della battaglia e durante la lunga risacca seguita alla tempesta che massacrò la sua famiglia, sconvolse l’Europa e gettò un’ombra scura, indelebile, nella storia umana. È sorprendente ripercorrere i passi di chi comincia a scrivere, come sorreggere un bambino che impara a camminare: così, soprattutto nei testi dell’estate 1944, quando la mattanza degli ebrei raggiungeva il suo culmine, si colgono le ragioni profonde della spinta espressiva, autenticamente letteraria, che agì nel sopravvissuto.

In Prossimità delle tombe, anticipando Todesfuge, Fuga di morte, il capolavoro del 1945, leggiamo: «Conosce ancora, madre, l’acqua del Bug / meridionale l’onda che ti causò ferite?». In questo distico, ideato sullo stampo della canzone popolare romena detta Doina, è racchiuso il nucleo intimo dell’orfano perché il Bug era il fiume ucraino sulle cui sponde si stagliava il lager di Michailovka, dove morirono i genitori di Celan. La riflessione sulla cecità della natura non è descritta in modo narrativo ma quasi scolpita nella pietra dell’interrogazione senza risposta, a cui segue la potenza biblica del sentimento religioso: «E non va il dio col gemmante bastone / su e giù per la collina?». Dove chi legge sente, nel medesimo istante, il mistero del giudizio, imperscrutabile e solenne, segnato dall’arma tenuta in pugno, e la dolcezza della misericordia, scaturita dai germogli cresciuti sul legno.

3 ottobre 2016