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“La scala di ferro”, il giallo atipico di Simenon

“La scala di ferro”, romanzo stringato come un referto clinico, che attira nella morsa lirica della solitudine umana

“La scala di ferro”, romanzo stringato come un referto clinico, che attira nella morsa lirica della solitudine umana. Il sentimento universale dell’uomo smascherato

Ad ogni nuovo romanzo di George Simenon abbiamo l’impressione di addentrarci in un grande arcipelago letterario che sembra non avere mai fine. Di qua il commissario Maigret; di là gli eroi di un giorno solo. Da una parte la verità, banale come la risposta a un indovinello in un gioco a premi; dall’altra il male umano, impossibile da sanare, rispetto al quale gli esseri della nostra specie hanno le armi spuntate. Più leggiamo i suoi testi, centinaia di opere composte sempre con grande nitore stilistico e formidabile consapevolezza strutturale, più stentiamo a sottoscrivere l’immagine critica che rubrica Simenon nel catalogo novecentesco quale autore di genere poliziesco, per quanto atipico e originale.

La scala di ferro (Adelphi, pp. 179, 18 euro, tradizione di Laura Frausin Guarino), ad esempio, pubblicato nel 1953, al tempo del dorato esilio americano nel buon ritiro di Shadow Rock Farm sulle rive di Lakeville, in Connecticut, rappresenta un capolavoro difficilmente incasellabile nei registri del giallo, dal momento che la dimensione tematica appartiene piuttosto alla sfera esistenziale. Il protagonista, Etienne, sospetta che la moglie, Louise, lo stia avvelenando con l’arsenico, giorno dopo giorno, per levarselo di torno e concedersi al probabile amante. Questo nucleo essenziale, non dico sia irrilevante; credo piuttosto che lo scrittore lo usi come schema convenzionale per svolgere il compito a lui più caro: farci sprofondare nel gorgo di un’ossessione.

È come se Simenon rinunciasse all’invenzione narrativa, appoggiandosi alla tradizione consolidata, allo scopo di attirare il lettore dentro la morsa lirica della solitudine umana. Etienne si muove a scatti quasi fosse un topolino nella gabbia dello scienziato: i suoi timori, la sua ansia, il suo rancore, crescono sotto i nostri occhi, si dilatano in modo progressivo, fino ad assumere un potente rilievo metaforico. Pagina dopo pagina, lo vediamo affrontare l’abisso con una lucidità febbrile che diventa il sentimento universale dell’uomo smascherato, privo di risorse, abbandonato da tutti, assai più del semplice inetto di marca sveviana, del fantoccio di paglia che immaginò Eliot, del burattino di Beckett. Gli amici non gli servono, i dottori lo deludono, la donna diventa un’estranea, la cultura un belletto, l’arte uno svago.

In questo romanzo stringato come un referto clinico a risaltare sono i luoghi: una Parigi grigia, disadorna e triste di botteghe e magazzini, portinaie e commessi, luci dismesse e alberghi a ore, fra Place de Clichy e Boulevard de Batignolles, quinta stregata di un mondo chiuso, senza prospettive, dove gli esseri umani sembrano spinti ad agire da una semplice coazione a ripetere. Pochi scrittori del ventesimo secolo sono riusciti a rappresentare in modo altrettanto incisivo questo scorcio di cielo sporco nell’Europa del secondo dopoguerra, quando la pioggia cade sulle vetrine dei bistrot e le speranze annegano in una bottiglia di rum.

9 maggio 2016