La Via Crucis del Circolo S. Pietro al Colosseo

Rinnovato l’appuntamento del sodalizio nell’ultimo venerdì di Quaresima. A guidare la preghiera e la meditazione, il vescovo Giuseppe Sciacca, segretario del Supremo tribunale della Segnatura apostolica

«L’ultimo venerdì di Quaresima è dedicato nella liturgia alla venerazione affettuosa e devota della Vergine Santissima Addolorata». A ricordarlo ai soci del Circolo S. Pietro il vescovo Giuseppe Sciacca durante l’omelia tenuta nel corso della celebrazione eucaristica che ha fatto seguito alla Via Crucis al Colosseo, venerdì 23 marzo. Una riflessione incentrata sul tema della sofferenza di Maria, quella del segretario del Supremo tribunale della Segnatura Apostolica, che ha fatto riferimento a un «dolore proiettato su tutta l’esistenza di Maria sin da quando pronunciò quel “fiat” che l’avrebbe associata in modo unico al mistero della redenzione».

La Vergine presso la Croce semplicemente “stava”, verbo che indica la capacità e la forza di far parte del disegno divino nonostante le sofferenze, ha osservato il presule. «Oggi la mente e il cuore ci portano direttamente sul Calvario, difronte a quella scena tragica, sublime e assoluta che vede il figlio di Dio sulla croce. Lì ai piedi del patibolo insanguinato troviamo lei, la Madre, che rinnova la sua offerta e, attraverso il suo indicibile dolore, partecipa spiritualmente del martirio. In un certo senso, muore con Lui, così come muore affettivamente e spiritualmente ogni madre che vive la prova tremenda di sopravvivere al proprio figlio». Con diretto riferimento al nome della chiesa di Santa Maria della Pietà in cui si svolge tradizionalmente la celebrazione, Sciacca ha infine riflettuto sulla figura della pietà, «atteggiamento paradigmatico e supremo» della Vergine addolorata con in braccio «il corpo esangue del figlio deposto».

Prima della celebrazione, al termine delle meditazioni lungo le stazioni della Via Crucis il vescovo aveva ricordato l’unicità di un luogo che «come pochissimi altri esprime in grado superlativo la memoria e l’identità di Roma, un’identità come ben sappiamo riscattata e aspersa dal sangue dei martiri che qui offrirono la loro suprema testimonianza al Signore Gesù, il cui nome non vollero rinnegare, affermando parimenti l’intangibile libertà della coscienza e con essa l’irriducibile dignità della persona sulla quale sono indelebilmente impressi il segno e l’impronta del Padre celeste».

26 marzo 2018