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La visita del Papa a Milano «lascerà un segno»

Tanti i messaggi e i gesti che Francesco ha donato a Milano, non solo ai cristiani. È il suo pontificato che parte dalle periferie e si china sulle sofferenze

Tanti i messaggi e i gesti che Francesco ha donato a Milano, non solo ai cristiani. È il suo pontificato che parte dalle periferie e si china sulle sofferenze

Undici ore di intensa partecipazione tra i milanesi e Papa Francesco nella visita che lascerà un segno nella metropoli. Un feeeling che è scattato subito, naturale e profondo. Un abbraccio forte che il Papa ha percepito in pieno, come ha affermato il giorno dopo nell’Angelus di domenica 26 marzo: «Mi sono sentito a casa». Del resto la Chiesa ambrosiana è in sintonia con il suo magistero, storicamente forgiata dai patroni Ambrogio e Carlo, arricchita dagli arcivescovi degli ultimi decenni: a partire da Giovanni Battista Montini, il Paolo VI che Papa Bergoglio tanto ama, più volte citato nella sua visita pastorale; al cardinale Martini, che nei 22 anni di episcopato ha inciso profondamente sul volto della Diocesi; al cardinale Tettamanzi, che nonostante le precarie condizioni di salute non ha voluto mancare per salutare con affetto Francesco in Duomo. Al cardinale Scola, che tanto ha desiderato questa visita a Milano, che ha seguito passo passo il Papa nella giornata e che con grande commozione lo ha ringraziato.

Sono davvero tanti i messaggi e i gesti che Francesco ha donato a Milano, non solo ai cristiani. È il suo pontificato che parte dalle periferie, che si china sulle sofferenze dell’umanità, che rifugge da ideologie e piagnistei, per proporre a tutti, credenti e non, il messaggio di Cristo, vera gioia per l’uomo, speranza per l’oggi e il domani. «Entro in Milano come sacerdote», sono le sue prime parole nel quartiere di periferia delle Case Bianche di via Salomone. «La sollecitudine della Chiesa, che non rimane nel centro ad aspettare, ma va incontro a tutti, nelle periferie, va incontro anche ai non cristiani, anche ai non credenti; e porta a tutti Gesù, che è l’amore di Dio fatto carne, che dà senso alla nostra vita e la salva dal male».

Una Chiesa in uscita, che non
si siede; un cristianesimo che accetta le sfide del tempo con «un nuovo modo di situarci nella storia. Se continuano ad essere possibili la gioia e la speranza cristiana non possiamo, non vogliamo rimanere davanti a tante situazioni dolorose come meri spettatori che guardano il cielo aspettando che smetta di piovere. Tutto ciò che accade esige da noi che guardiamo al presente con audacia».

Più volte il Papa nella sua visita
milanese sottolinea la parola gioia, come nell’evangelizzare con il sorriso; infatti non sono grandi testimoni i cristiani tristi e rassegnati. Lo dice innanzitutto a sacerdoti e consacrati, rifuggendo da clericalismi, dal timore di essere minoranza, che porta solo scoraggiamento e rassegnazione. Propone un cristianesimo di popolo, incarnato nella quotidianità. Una tradizione così radicata nel cattolicesimo ambrosiano, intriso di Parola, ma così concreto nella sua dimensione pastorale e sociale. «Una gioia che genera vita, che genera speranza, che si fa carne nel modo in cui guardiamo al domani, nell’atteggiamento con cui guardiamo gli altri. Una gioia che diventa solidarietà, ospitalità, misericordia verso tutti».

La lettura dei segni dei tempi
con il discernimento la propone Francesco per comprendere fino in fondo i problemi di oggi, diventando anche denuncia. «Si specula sulla vita, sul lavoro, sulla famiglia. Si specula sui poveri e sui migranti; si specula sui giovani e sul loro futuro. Tutto sembra ridursi a cifre, lasciando, per altro verso, che la vita quotidiana di tante famiglie si tinga di precarietà e di insicurezza». Davanti a questo i cristiani non possono tacere o girarsi dall’altra parte. O peggio chiudersi in ghetti alzando muri o cedere alla tentazione nefasta della paura. Ricordando le radici e la storia di Milano.

«Milanesi, sì, ambrosiani, certo, ma parte del grande Popolo di Dio. Un popolo formato da mille volti, storie e provenienze, un popolo multiculturale e multietnico. Questa è una delle nostre ricchezze. È un popolo chiamato a ospitare le differenze, a integrarle con rispetto e creatività e a celebrare la novità che proviene dagli altri; è un popolo che non ha paura di abbracciare i confini, le frontiere; è un popolo che non ha paura di dare accoglienza a chi ne ha bisogno perché sa che lì è presente il suo Signore».

Di fronte a un’umanità ferita, Francesco si china, ascolta, stringe mani, con sguardi profondi e carezze fa sentire tutta la vicinanza. Come è successo nel carcere di San Vittore, che ha visto per la prima volta un Pontefice tra le sue mura. Una commozione profondissima, con i detenuti colpiti fin nell’intimo del loro cuore dai gesti e dalle parole di Francesco. «Vi ringrazio dell’accoglienza. Voi per me siete Gesù, siete fratelli. Voi siete il cuore di Gesù ferito». Figlie e famiglie al centro del suo incontro con i cresimandi a San Siro.

Un Papa che si fa parroco ed entra in rapporto diretto con i ragazzi. Sa come parlare loro, ponendo le domande decisive, come quando affronta il bullismo. Francesco ricorda il ruolo decisivo dei nonni nella trasmissione della fede, invita i genitori a «perdere» tempo a giocare con i propri figli e propone un metodo fondamentale: «Un’educazione basata sul pensare-sentire-fare. Cioè un’educazione con l’intelletto, con il cuore e con le mani». (Pino Nardi, direttore www.chiesadimilano.it).

27 marzo 2017