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“L’altro volto della speranza”, ecco l’Orso di Kaurismäki

Una storia «onesta», dal forte senso comico, pure se venata di malinconia, per raccontare in modo diverso la realtà delle migrazioni

Una storia «onesta», dal forte senso comico, pure se venata di malinconia, per raccontare in modo diverso la realtà delle migrazioni

Al 67° Festival di Berlino, nello scorso febbraio, ha ricevuto l’Orso d’oro per la migliore regia. Premio, per unanime giudizio, del tutto meritato, che ha confermato il valore e la carica innovativa del regista. Stiamo parlando di L’altro volto della speranza, il nuovo film scritto e diretto da Aki Kaurismaki. Nato in Finlandia nel 1957, Kaurismäki è autore esperto e navigato, ha esordito infatti negli anni Ottanta con alcuni cortometraggi, e il suo primo film di rilevo è stato nel 1989 Leningrad cowboys go to America, curioso e provocatorio fin dal titolo, a dare la misura di un uomo di cinema dai toni distopici e irregolari, capace di grandi provocazioni ma poi, col passare degli anni, in grado di piegare una certa irregolarità a storie di maggiore comprensione e consistenza. Siamo a Helsinki, oggi. Wilkstrom è un rappresentante di camicie, che all’improvviso lascia moglie e lavoro, vende il negozio e gioca tutti i guadagni su una partita a poker che gli permette di cambiare vita. Da un’altra parte della città si muove Khaled, giovane rifugiato siriano che, imbarcatosi clandestino su una nave merci, si ritrova ad Helsinki quasi per caso.

Khaled finisce per cadere nel mirino di alcune persone che non gradiscono la presenza degli extracomunitari. E mentre Khaled affronta il gruppo di picchiatori razzisti, anche le autorità costituite vorrebbero rispedirlo ad Aleppo. Ma nel frattempo Wilkstrom, con i guadagni della vincita, ha acquistato un ristorante, un locale dall’aspetto triste e senza clienti. L’obiettivo di Wilkstrom è di rimetterlo in piedi e di ridargli una nuova vivacità. Forse una possibile soluzione può essere quella di cambiare il nome a La Pinta Dorata, facendolo diventare un ristorante sushi per i turisti giapponesi e, magari, assumendo come lavorante proprio Khaled, desideroso di mettersi in regola anche per farsi raggiungere dalla sorella, da qualche tempo dispersa…

È significativo ciò che il regista ha dichiarato al Festival di Berlino: «Con questo film, cerco di fare del mio meglio per mandare in frantumi l’atteggiamento europeo di considerare i profughi o come delle vittime che meritano compassione o come degli arroganti immigrati clandestini a scopo economico che invadono le nostre società con il mero intenti di rubarci il lavoro, la moglie, la casa e l’automobile». Questo punto di partenza si traduce in un racconto capace di rinunciare a denunce e allarmi accorati, ad appelli e inventive a favore di un periodare calmo e altalenante, di uno scendere e risalire lungo la corrente dei cambiamenti umorali e soprattutto attraverso quel dolente e irrefrenabile scenario dell’umorismo, che vuol dire parlare di dramma senza essere drammatici, descrivere situazioni complicare senza essere disperati, guardare al peggio pensando che tutto può ancora essere risolto.

«Dal momento che tali sforzi – aggiunge Kaurismäki – falliranno immancabilmente, quello che ne resterà è, mi auguro, una storia onesta e venata di malinconia trainata da un forte senso comico, ma per altri aspetti anche un film quasi realistico sui destini di certi esseri umani qui, oggi, in questo nostro mondo». Sui temi della solidarietà e del reciproco soccorso, su quel sostentamento che diventa misericordia, Kaurismäki aveva del resto già diretto nel 2011 Miracolo a Le Havre, commossa parabola sul destino degli ultimi da risollevare e sostenere.

10 aprile 2017