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L’Alzheimer in un’Italia a più velocità

Oltre 600mila i casi nel nostro Paese: 1 over 85 su 4. Don Arice (Cei): «Garantire accompagnamento e sostegno alle famiglie». Urgente una «riflessione antropologica»

La demenza senile, di cui l’Alzheimer è la forma più comune, colpisce nel mondo quasi 47 milioni di persone; oltre un milione 240 mila nel nostro Paese, al cui interno si contano circa 600mila malati di Alzheimer: un over 85 su 4. Dati che configurano una vera e propria emergenza, di cui si è parlato oggi, 21 settembre, XXIV Giornata mondiale dell’Alzheimer, in occasione del convegno su “I numeri della demenza di Alzheimer in Italia. La riorganizzazione delle Uva. Dalla diagnosi all’assistenza”, promosso al Senato dall’associazione Sos Alzheimer a Roma. Di fronte all’emergenza, però, l’Italia si conferma un Paese a più velocità. Maria Grazia Giordano, presidente fondatore e attuale portavoce dell’associazione, spiega che si registrano «regioni virtuose» come Lombardia e Toscana, che «prevedono capitoli di spesa ad hoc per fronteggiare l’emergenza socio-sanitaria-assistenziale e supportare i familiari-caregiver nel difficile lavoro dell’assistenza». Nel Lazio, invece, «i bisogni dei malati e le richieste di aiuto dei familiari non trovano adeguato riscontro in strutture, servizi, a volte addirittura in informazioni». I tagli operati dalla politica «hanno ulteriormente penalizzato questa fascia di pazienti, abbandonati al loro destino». La richiesta al mondo delle istituzioni allora, presentata insieme a Giovanni Capobianco, primario all’Ospedale Sant’Eugenio di Roma, è quella di provvedere «al più presto e concretamente, con piani di intervento a favore dei malati e dei caregiver familiari».

In concreto, secondo Giordano, servono «contributi economici per nuclei familiari indigenti; risorse per la formazione di personale specializzato da mettere a disposizione delle famiglie; servizi diagnostici territoriali con tempi più compatibili con l’evolversi della malattia; servizi assistenziali territoriali, anche non farmacologici, per i malati anche sotto la responsabilità di associazioni idonee alle prestazioni». Punta invece l’obiettivo sull’esigenza di «una riflessione di tipo antropologico» il direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale della salute don Carmine Arice. Riflessione, avverte, ancora più urgente «in un contesto nel quale si sta diffondendo la mentalità secondo cui si può decidere se una vita sia degna o non degna di essere vissuta: la famosa cultura dello scarto». Per don Arice «è necessario un recupero dell’ontologia a 360 gradi. Senza una visione ontologica nella quale “l’essere” preceda “il come”, affronteremo questo tema solo in modo funzionalista negando il primato dell’uomo».

Parallelamente, prosegue il direttore dell’Ufficio Cei, «occorre individuare e mettere in atto condizioni per migliorare la qualità della vita non solo dei malati ma anche delle loro famiglie che se ne prendono cura, alle quali occorre garantire accompagnamento e sostegno». Al momento invece per questo tipo di pazienti mancano risorse e servizi di cura e assistenza adeguati, al punto da mettere a rischio la salute psico-fisica dei familiari che li accudiscono. «La cura degli anziani, e in particolare di quelli affetti da demenze, è un bisogno emergente» nel nostro Paese, afferma ancora don Arice. In Italia infatti «l’1,2 milioni di persone affette da patologie neurodegenerative nel giro di due decenni diventeranno quattro, concorrendo così al formarsi di una società sempre più vecchia, molto pesante a gestirsi economicamente per la mancanza di un numero sufficiente di contribuenti e decisamente impegnativa da gestire». Attualmente in Italia i posti letto nelle strutture assistenziali per anziani non superano i 290mila, con una concentrazione al Nord Italia 3 volte superiore a quella del Sud, «il che vuol dire che la maggioranza dei nostri malati sono a casa». Per questo «confortare le persone affette da demenze significa anzitutto sostenere la fatica e talvolta la disperazione delle loro famiglie». E vigilare «perché la cultura dello scarto, tante volte denunciata da papa Francesco non li aggredisca».

Da don Arice anche un invito alla riflessione sul concetto di dignità, poiché «da sempre la questione antropologica è all’origine dei processi culturali orientativi della scienza e quindi determinanti la prassi». Il sacerdote mette in guardia da un rischio: «Se, come sostengono alcuni, sono persone solo quegli esseri che hanno in atto l’autocoscienza e la razionalità, e se queste indicazioni dovessero tradursi in diritto e giurisprudenza, presto avremmo una porta spalancata all’affermazione di una cultura mortifera, abilitata a selezionare e giudicare vite degne e vite indegne». Di qui il richiamo alla forte presa di posizione di Papa Francesco nel messaggio per la XXIII Giornata mondiale del malato. Per don Arice, «la dignità piena, inalienabile e non graduabile di ogni essere umano, ossia il valore che ogni uomo possiede per il semplice fatto di esser uomo e di esistere è ciò che lo qualifica persona, individuo unico e irripetibile. Il valore dell’esistenza individuale è l’autentico fondamento della dignità umana». Di fronte a malattie inguaribili come l’Alzheimer «occorre avere il senso del limite», è il monito del sacerdote: «Nostro compito non è tanto quello di pretendere che la malattia e la morte non esistano più ma aiutare le persone nella ricerca di senso che la fragilità umana impone».

21 settembre 2017