L'informazione della Diocesi di Roma

L’arcivescovo di Aleppo: «Siamo profughi nelle nostre case»

A Roma per l’incontro con la Comunità di Sant’Egidio, monsignor Marayati lamenta: «L’Occidente ci ha dimenticato» e chiede per Aleppo l’istituzione di una zona franca

A Roma per l’incontro con la Comunità di Sant’Egidio, monsignor Marayati lamenta: «L’Occidente ci ha dimenticato» e chiede per Aleppo l’istituzione di una zona franca

«La pace non arriverà presto, ma almeno dobbiamo crederci. Se non parti non arrivi, ma se c’è la buona volontà si può sperare, anche se non è per domani». L’arcivescovo degli Armeni Cattolici di Aleppo, Boutros Marayati, a Roma per incontrare i vescovi della comunità di Sant’Egidio, non smette di credere nella pace, ma lamenta «L’Occidente ci ha dimenticato». Solo la Comunità di Sant’ Egidio lo scorso giugno ha lanciato la campagna “Salviamo Aleppo” per rendere la città una zona franca, e Marayati confida che l’Onu e il governo siriano riescano a rendere realtà questo proposito. La guerra è cominciata quattro anni fa, quando un gruppo di ribelli ha iniziato a opporsi con le armi al regime di Bashar al-Assad, ma la Siria è occupata anche dai jihadisti del sedicente Stato Islamico della Siria e dell’Iraq, i cui combattenti distano da Aleppo solo 30 chilometri. Secondo l’Osservatorio per i diritti umani siriano, dal 2011 a causa del conflitto sono morte 210 mila persone.

Domenica 8 febbraio monsignor Marayati ha celebrato nella chiesa armena di San Nicola da Tolentino una Messa per ricordare i cristiani attualmente rapiti in Siria: Mikael Kayal, sacerdote armeno, Maher Mahfouz, della chiesa Greco ortodossa, Paulos Yazigi, arcivescovo di Aleppo della Circoscrizione greco ortodossa, Youhanna Ibrahim, metropolita di Aleppo e il gesuita italiano Paolo Dall’Oglio. La scorsa settimana, già in Italia, l’arcivescovo ha compiuto i 25 anni della sua consacrazione episcopale: «È difficile trovare delle belle parole in queste occasioni, perché questo giubileo dei 25 anni non arriva in un clima di gioia: chiese bombardate, zone inaccessibili. Eppure è una buona occasione per esprimere la nostra stima alla sua fedeltà, alla serenità con cui vive questi momenti difficili» ha detto in un breve discorso, a chiusura della celebrazione, monsignor Kevork Noradounguian, rettore del Collegio Pontificio Armeno. Monsignor Marayati tra due settimane tornerà in Siria.

Come arriverà ad Aleppo?
«C’è un’unica strada un po’ lunga, ma è sotto controllo, da lì si può tornare. Volerò fino al Libano, poi dalla capitale, Beirut, dovrò fare un grande giro in macchina per arrivare ad Aleppo».

Come vivono i cristiani ad Aleppo?
«I cristiani, come tutti gli altri cittadini, vivono tempi drammatici. Siamo circondati dai ribelli e dai jihadisti. Manca l’acqua, l’elettricità, la benzina, il riscaldamento, il cibo è diventato molto caro. È una situazione dove è difficile non solo vivere ma sopravvivere. Arrivano colpi di mortaio e missili, lanciati dai jihadisti. Ogni giorno ci sono delle vittime. I bambini sono quelli che pagano di più in questa situazione. Con il freddo dell’inverno le cose non migliorano. Profughi. Siamo profughi nelle nostre case. Manca tutto. Abbiamo fatto appello a tutte le organizzazioni. La Caritas e la Croce rossa ci aiutano, ma la gente non vuole più aiuti, vuole la pace. È molto commovente vedere i nostri fedeli, uomini e donne, che prima della guerra civile davano aiuto alla chiesa, adesso venire a chiederlo. La gente se ne va. Due terzi della popolazione di Aleppo stanno andando in Libano per richiedere all’Onu di spostarsi ancora più lontano, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia. Per chi rimane la vita continua. Ci sono ancora scuole e chiese aperte, ma molte sono state colpite, come la nostra cattedrale lo scorso 7 gennaio, quando per fortuna non c’erano fedeli. Circa 120 chiese in Siria sono distrutte o non possono celebrare, ma grazie al Signore sono ancora diverse quelle aperte».

I fedeli vengono nonostante il pericolo?
«I fedeli vengono, mettono tutto nelle mani di Dio. Hanno paura ma lasciano tutto nelle mani di Dio».

Vengono a cercare conforto da lei?
«Vengono a parlarmi delle loro preoccupazioni e a chiedermi consiglio. La domanda dopo quattro anni di guerra è: “Rimaniamo o andiamo via”? È una domanda molto difficile. Dicendo di restare il vescovo si prende un’enorme responsabilità, ma allora dovrei consigliare di andare? Il Papa dice di restare. In questa terra ci sono le radici cristiane, qui è stato battezzato San Paolo. Non possiamo lasciare questo Paese, non possiamo dire andate. Lasciamo che decidano loro, e non è detto che quelli che vanno via siano contenti. Dove andranno saranno trattati come stranieri e avranno una vita molto dura».

Lei è armeno, il suo popolo ha già sofferto molto.
«Sì, sono armeno. Nel 1915 il popolo armeno ha subito un genocidio perpetrato dai turchi e ha dovuto lasciare la Turchia, dopo un secolo la storia si ripete. Un altro massacro. Dopo 100 anni gli armeni devono decidere se andare via di nuovo. La nostra gente è stanca, vuole un cessate il fuoco. Per questo abbiamo lanciato l’appello “Salviamo Aleppo” con la Comunità di Sant’Egidio. Anche l’Onu, tramite il suo inviato speciale per la Siria Staffan De Mistura, ci sta aiutando in questa direzione. Dobbiamo salvare quello che rimane. Se riusciamo a fare la pace forse gli Armeni potranno tornare a vivere ad Aleppo e ricominciare una nuova vita, insieme con i musulmani».

Avrà sentito che in Occidente si parla molto di differenze di religione e di guerra di religione. Anche in Siria il conflitto viene letto in quest’ottica?
«Ci sono i musulmani moderati, abbiamo sempre vissuto con loro. Anche dal punto di vista della solidarietà siamo tutti insieme, cristiani, ortodossi e protestanti, siamo un solo cuore e aiutiamo la gente senza discriminazione. Invece ci sentiamo abbandonati e traditi dall’Occidente, dall’Occidente che si dice cristiano. Nessuno pensa a noi. Viviamo la guerra civile da quattro anni. Ultimamente si è parlato tanto di Kobane, Kobane è un piccolo quartiere a confronto di Aleppo. Tutti parlano di quella zona, mentre Aleppo, una città antica, di tradizione di convivenza, di grande cultura, di civiltà, è stata abbandonata. Ci sentiamo delusi, ma riponiamo speranza in questo appello».

Avete avuto delle buone risposte?
«Sì, almeno dal governo siriano, ma devono esserci delle condizioni per arrivare a un’intesa e a un compromesso per poter fare una pace fra le parti. Aleppo potrebbe essere un piccolo passo per la conciliazione tra stato e ribelli».

L’Isis si sta avvicinando.
«Sono a 30 chilometri da noi, e la gente ha paura che entri in città. Dove potremmo andare? In Turchia gli armeni non possono tornare, e il Libano è molto lontano. Per noi ad Aleppo non c’è una via d’uscita e questo crea molta paura. Per questo l’appello, almeno per creare una zona franca».

Pensa che si possa trattare con l’Isis?
«Tutto è possibile… Tutto è possibile…»

Il Papa ha parlato di terza guerra mondiale a pezzi perché al centro si è messo il denaro e non la vita umana.
«Dietro queste guerre c’è sempre l’interesse. C’è il commercio delle armi, il commercio del petrolio. È una guerra fra i grandi poteri e noi siamo come comparse. Fanno la guerra da lontano».

Non crede alle motivazioni religiose dei fondamentalisti islamici?
«Noi abbiamo vissuto sempre senza problemi religiosi, ma quando arriva la guerra cercano dei motivi, e uno dei motivi è la religione. È il modo peggiore di fare la guerra, perché non sei lì in nome di una fazione, ma combatti in nome del tuo Dio. E poi emerge sempre il problema che scaturisce dalla divisione tra sunniti e sciiti (i due grandi orientamenti della religione musulmana NdR), e dall’estero si accentua questa tensione invece di calmarla».

Sui giornali si parla di “escalation del terrore”. Crocifissioni, lapidazioni, roghi. Sono azioni simboliche?
«L’ho letto sui giornali, noi non sappiamo cosa succede fuori da Aleppo. Non possiamo fidarci di tutto quello che viene scritto, bisogna verificare. L’Isis vuole mettere in pratica la sua legge, la shari’ah, una legge molto dura. I jihadisti hanno ripreso tutte le torture che esistevano 1500 anni fa. Vogliono tornare alla legge che chiamano “pura”».

Lei ha conosciuto padre Dall’Oglio?
«Senz’altro. Aveva scelto una strada di dialogo con i musulmani, dice nel suo libro che “Crede in Cristo, ma è amico di Maometto”. Malgrado ciò è stato rapito. Non sappiamo se sia vivo o morto. Preghiamo per lui. Oltre a padre Dall’Oglio sono stati rapiti due nostri vescovi di Aleppo e due sacerdoti. Non sappiamo niente neanche di loro. Non hanno chiesto denaro, non c’è nessun dialogo. Noi con ottimismo pensiamo che quando sarà il momento della pace verranno utilizzati per uno scambio. Continuiamo a pregare».

Ha paura per se stesso?
«No. Siamo tutti in pericolo, può arrivare un missile in qualsiasi momento, ma non possiamo abbandonare la nave. Dobbiamo ritornare nella nostra diocesi e vivere. Siamo tutti in pericolo ma rimaniamo lì. Siamo nelle mani del Signore».

9 febbraio 2015