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“Le Confessioni” di Roberto Andò diventa un libro

Presentata la sceneggiatura del film, pubblicata da Skira editori, a cura di Marco Olivieri. Servillo: «Spazio a uno scambio profondo tra i personaggi»

Presentata la sceneggiatura del film, pubblicata da Skira editori, a cura di Marco Olivieri. Servillo: «Spazio a uno scambio profondo tra i personaggi»

In uno scenario ufficiale, qual è il summit dei ministri dell’Economia degli otto Paesi più potenti al mondo, un monaco certosino fa la sua comparsa. Siamo in Germania e Roberto Salus – questo è il nome del religioso interpretato sul grande schermo da un Toni Servillo, al suo solito, magistrale – si impone per l’essenzialità della parola, parte di quel minimalismo che è la regola dell’Ordine a cui appartiene. L’insolita scelta di ospitarlo si deve al potente Daniel Roché, direttore del Fondo Monetario Internazionale, che in una notte drammatica gli chiede di essere confessato. Il destino di Roché e la figura di Salus si intrecciano alla vigilia di una decisione dalle conseguenze disastrose per le popolazioni più povere della Terra. Il film “Le Confessioni“, uscito nelle sale il 21 aprile scorso, «veicola lo spettatore in un mondo ombroso, che vive nel segreto e che dal segreto della confessione viene minacciato». Al cuore della storia, spiega il regista Roberto Andò, «c’è il duello tra il monaco certosino e un gruppo di potenti: la sfida attraverso cui il religioso vuole dissuaderli dalla grave decisione che stanno per assumere». Questa, dunque, l’idea del film, la cui sceneggiatura è ora nelle librerie per Skira editori (Le Confessioni, a cura di Marco Olivieri, con le fotografie di Lia Pasqualino). Presentata ieri, martedì 14 giugno, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, per l’occasione sono stati chiamati a confrontarsi sui temi del film, oltre al curatore e agli autori Andò e Angelo Pasquini, anche Servillo, l’ex ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, il teologo Vito Mancuso e il critico letterario Salvatore Silvano Nigro.

Nel volume, Servillo spiega che «con il bianco del suo saio, nel momento in cui si pone nei confronti degli altri presonaggi, Salus risulta essere come uno specchio che negli interlocutori non rimanda la propria immagine ma che, invece, favorisce una sorta di viaggio interiore. È come se questa presenza obbligasse a una rimessa in discussione di se stessi». In questo senso, «non si tratta tratta di una confessione in senso tradizionale ma di un fuggire alle regole di una comunicazione ufficiale asettica a favore, invece, di un’apertura a uno scambio legato al profondo, alla vicenda personale che in quel momento questi personaggi stanno attraversando». E Daniel Roché, che ha invitato il monaco al summit, è il primo a sentirsi messo in discussione. «Il loro è un confronto tra due idee della vita fondamentalmente diverse». I potenti sono spesso «personaggi ordinari» e così «anche i ministri dell’Economia del nostro film si rivelano personaggi ordinari alle prese con decisioni di portata straordinaria. In alcuni di loro, dietro la maschera, affiora però un filo di umanità. Ed è a quel filo che si aggrappa il nostro monaco come una sorta di investigatore delle coscienze», racconta nel libro Pasquini.

Alla fine la soluzione degli economisti non passa. Fabrizio Barca introduce qui il concetto di «caso», parola ricorrente nella pellicola. «Una successione di casi fa saltare la manovra incriminata. Dinanzi a ciò lo spettatore è contento: il male ha perso. Ma è cambiato qualcosa? Non si tratta di una manovra solamente rimandata?». Come accade sovente nella storia, i piani cambiano. Si potrebbe dire per intervento di una forza inaspettata, per l’arrivo di un “Gesù Cristo”. «Quindi – chiede Barca – dobbiamo attendere Dio? E chi non ci crede? O non crede che basti?». L’economista cita Franco Cassano e il saggio “L’umiltà del male”. «In una situazione fortemente squilibrata – scrive Cassano -, la maggior parte degli uomini non è capace di una resistenza eroica e, invece di ribellarsi, decide di sopravvivere e si arrende». Come a dire che «quando il bene appare troppo lontano – chiarisce Barca -, esso spinge gli uomini verso il male». Questo perché, rispetto al bene, il male non pretende di ignorare le debolezze dell’uomo, che ci sono, e anzi su di esse fa leva per giocare la partita a suo vantaggio.

«Il film – sottolinea Mancuso – è un’impietosa denuncia dello stato del mondo di oggi, sebbene già nel 1792 Kant scriveva che “il mondo va di male in peggio”». Il punto «non è allora l’economia ingiusta. Questa lo è sempre stata e comunque il nostro tempo non è peggiore di altri tempi passati. La questione è invece la mancanza di confessione: non tanto il peccato del mondo, quindi, ma il fatto che nessuno sia pronto a pentirsi».

15 giugno 2016