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L’energia di Ashbery, il più grande poeta di quest’epoca

Scomparso il 3 settembre, era un grande interprete della solitudine dell’uomo contemporaneo. Il primo libro tradotto in italiano nel 1983

Con la morte di John Ashbery, avvenuta il 3 settembre, scompare, a novant’anni, il più grande poeta della nostra epoca: forse l’unico capace di interpretare il sentimento di solitudine dell’uomo contemporaneo, smarrito in un doppio, drammatico scacco: scientifico e umanistico. La tecnologia non ci può spiegare perché viviamo. La letteratura nemmeno. Questo autore così schivo era tuttavia, a suo modo, una star, tanto da essere ricevuto da Barak Obama alla Casa Bianca. I prestigiosi riconoscimenti critici, soprattutto negli Stati Uniti, sin dall’inizio lo avevano paradossalmente isolato dalla rumorosa compagnia collocandolo in uno spazio di rispetto fatato e quasi inaccessibile, anche se il premio decisivo, il Nobel per la Letteratura, quello che avrebbe dovuto consacrarlo come uno dei pochi in grado di raccogliere la fiaccola lirica dei grandi scrittori del Novecento, non gli era stato assegnato. Diversi osservatori, anzi, nel momento in cui la corona svedese venne inopinatamente concessa a Bob Dylan, il dolce menestrello che ognuno poteva capire, andarono con la mente ad Ashbery, i cui versi radicali e antinaturalistici, ostici come potrebbe esserlo una formula magica ma sfolgoranti al pari di una sciabola metafisica, hanno pagato il vecchio dazio da sempre a carico dei profeti i quali, privi di riscontro immediato, aprono porte nuove, prospettive indimostrabili, destinate anche per questo a restare chiuse alla maggioranza.

In Italia cominciammo a conoscerlo nell’ormai lontano 1983 quando Garzanti pubblicò, nella storica traduzione di Aldo Busi, Autoritratto in uno specchio convesso, il suo primo libro – che risaliva al 1975 – impreziosito anche da una perspicace introduzione di Giovanni Giudici, pronto a segnalare, quale unità germinale dell’opera, «il grande motivo agostiniano del Tempo» obbligato a misurarsi con il “reale” (nel senso, come immediatamente veniva precisato, «del real time dei sistemi elettronici»): una causa persa. In Ashbery la coscienza umana, nella ricerca di dare senso al fluire inarrestabile dell’esistenza, resta vuota, frastornata e attonita, tuttavia carica di un’energia che sfavilla, lasciando intendere sogni, scommesse, emozioni, desideri e chissà quali speranze di felicità. Si tratta di un poeta impossibile da citare. Ma forse basta ricordare la prima strofa di quel suo lontano esordio per sentirne subito il sapore: «Ho provato ogni cosa, solo alcune erano immortali e libere. / Altrove siamo come seduti in un posto dove la luce del sole / filtra sino a noi un poco per volta, / in attesa che arrivi qualcuno. Vengono dette parole aspre, / mentre il sole ingiallisce il verde dell’acero…».

In anni più recenti, grazie alla lungimiranza di Damiano Abeni, traduttore dell’intera produzione, e Luca Sossella, editore di riferimento con il volume riassuntivo del 2008, Un mondo che non può essere migliore. Poesie scelte 1956–2007, abbiamo potuto ripercorrere l’itinerario di Ashbery fino alle ultime stazioni (una su tutte: il poemetto Fantoum, sulla deriva economicistica in cui ci siamo impantanati), ogni volta restando stregati dalla sua inossidabile capacità di evocare questa nostra vita quotidiana, senza cadere nel rischio di rimanerne invischiato, ma neppure in quello di renderla astratta e vana.

18 settembre 2017