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L’incontro con Gesù è misericordia, di generazione in generazione

Nella Scrittura è forte l’accento sulla catena che lega padri e figli: c’è un legame profondo tra l’amore di Dio e l’esperienza della paternità e maternità umane

Nella Scrittura è forte l’accento sulla catena che lega padri e figli: c’è un legame profondo tra l’amore di Dio e l’esperienza della paternità e maternità umane

Maria, umile figlia di Israele e beata perché ha creduto nella promessa, canta e danza nel Magnificat questa convinzione: non c’è generazione umana che non possa sperimentare la misericordia di Dio. Come un manto, come una tenda che si allarga, le viscere materne di misericordia di Dio si stendono e coprono i padri e i figli, e ancora i figli dei figli. C’è un legame profondo tra l’amore di Dio e l’esperienza della paternità e maternità umane, nel fluire della catena delle generazioni. Come un segreto che ci si consegna, narrandolo, di padre in figlio, di madre in figlia: guarda che Dio è misericordia! Ha avuto misericordia di me e ne avrà anche di te! La più importante delle esperienze della fede, l’immagine più vera di Dio, viene come sussurrata all’orecchio dei figli da genitori pieni di commozione.

In effetti la Scrittura dà risalto a una verità sperimentata universalmente: tanti ci possono parlare di Dio, ma quello che ci viene detto su di Lui dai genitori, nel bene o nel male, è senza uguali. Per molti di noi alcuni ricordi sono impressi nel cuore come una matrice originaria, sottesa ad ognuna delle esperienze di fede successive: ci ricordiamo del tono della voce della madre quando ci insegnava a pregare, delle parole su Dio dette dal padre quando gli rivolgevamo le prime domande religiose; ci ha colpito, da adolescenti, scoprire che anche i nostri genitori si ponevano interrogativi, esprimevano la fatica di credere o di affidarsi. Persino chi ha avuto genitori non credenti ricorda bene le risposte avute ai propri perché.

«Quando tuo figlio domani ti chiederà: perché?» (Es 13,14). La Scrittura sa bene che il padre e la madre, proprio perché impegnati nel dono della vita, sono i testimoni privilegiati, scelti da Dio, per parlare delle sue viscere di misericordia, del suo divino utero materno: «Dio nessuno l’ha mai visto: il Figlio unigenito, che è nell’utero del Padre, ce lo ha rivelato» (Gv 1). Un papà e una mamma, quando raccontano la misericordia che a loro è stata usata, sanno di cosa parlano. Ciò che dicono è insuperabile per un figlio che cresce, per un adolescente. Al figlio che l’interroga il padre dell’Esodo racconterà di un Dio liberatore del suo popolo («con braccio potente il Signore ci ha fatto uscire dall’Egitto…»: Es 13,14), di un Dio che ha guidato il cammino di Israele come un padre insegna al bambino a camminare («Quando Israele era giovinetto, io gli ho insegnato a camminare…»: Osea 11). Il figlio che ascolta sa di cosa si parla, perché l’ha già sperimentato nella relazione con i propri genitori; e rimane colpito nello scoprire che nel volto della madre e del padre, quei volti su cui ha aperto dapprima il proprio sguardo, era presente il volto stesso di Dio che si chinava su di lui. Il re Ezechia, guarito dalla sua malattia mortale, sente subito che è chiamato a raccontare al figlio la misericordia ricevuta da Dio: «Il vivente, il vivente ti rende grazie come io faccio quest’oggi! Il padre farà conoscere ai figli la fedeltà del tuo amore!» (Is 38,19).

Nella Scrittura l’accento cade su una catena con tre anelli: il padre, il figlio, il nipote. Dio si presenta infatti come il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Come a dire che si ha bisogno della conferma di un’esperienza prolungata nel tempo, della testimonianza non solo del padre ma anche del nonno. Ai nonni è affidato il racconto di un tempo lontano, quando la vita era molto diversa, eppure il cuore della fede era lo stesso: Dio è misericordia, lo è in ogni stagione della vita, quando si è giovani e quando si è carichi d’anni, nella nascita e nella morte… Giacobbe pronuncia questa benedizione davanti ai nipoti Efraim e Manasse: «Il Dio, davanti al quale hanno camminato i miei padri, Abramo e Isacco, il Dio che è stato il mio pastore da quando esisto fino ad oggi, l’angerlo che mi ha liberato da ogni male, benedica questi giovani! Sia ricordato in essi il mio nome e il nome dei miei padri, Abramo e Isacco, e si moltiplichino in gran numero in mezzo alla terra» (Gen 48,15-16). Anche san Paolo, scrivendo a Timoteo, ricorda il ruolo della madre e della nonna nel comunicare la fede: «Mi ricordo della tua fede schietta, fede che fu prima della tua nonna Loide, poi in tua madre Eunice, e ora, ne sono certo, anche in te» (2Tm 1,5). Una catena di vita donata che testimonia l’inizio degli inizi, il primo degli anelli, quello che ha dato il via alla storia umana: l’utero misericordioso di Dio. Il Signore diventa così non solo l’origine ma anche il custode della vita che si riceve e che si dona; ognuno è chiamato da Lui ad essere figlio e poi ad essere padre e nonno.

Nel cantico del Benedictus, abbiamo davanti un padre che, proprio perché ha dubitato, rimane muto. Non ha parole da dire… che racconterà al figlio Giovanni? Ad un certo punto la lingua di Zaccaria si scioglie e si mette a cantare la misericordia di Dio: quella riservata ai padri, a Davide e ad Abramo, e quella che lui, Elisabetta e Giovanni sperimenteranno con la venuta del Messia. Infatti ad Abramo è stata fatta la promessa che un popolo numeroso, formato da suoi figli, libero da tutti i nemici servirà Dio in santità e giustizia, cioè nel culto e nella vita sociale: con la venuta di Gesù e con la sua resurrezione, salvezza potente, questa promessa è diventata realtà per i credenti di tutti i popoli, figli di Abramo. La misericordia di Dio si è così riversata sui padri, che attendevano il compimento delle promesse. Ma la venuta del Figlio dell’Altissimo sarà viscere di misericordia, tenerezza materna d’amore, anche per i figli, che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte, e attendono di camminare per le vie della pace. A Zaccaria ed Elisabetta è stato rivelato che il proprio figlio Giovanni sarà il profeta dell’Altissimo, chiamato a preparare le strade al Messia. A tutti, quindi, ai padri, ai figli e a noi, che siamo i nipoti, è stata usata misericordia, perché sorge l’Astro atteso dalle genti, il Sole che illumina gli uomini di ogni luogo e di ogni tempo.

Così il Messia-Figlio e il suo Precursore testimoniano la misericordia per tutti, per i padri e per i figli. Siamo tutti accomunati dall’esperienza dell’essere amati e perdonati da Dio. I padri avevano ragione a credere nella misericordia di Dio, e l’hanno testimoniata alle generazioni dopo di loro; i figli hanno fatto bene a fidarsi di Dio e ad ascoltare la parola-testimonianza dei padri e delle madri. Per questo il Precursore, che precederà il Messia «con lo spirito e la forza di Elia» (Lc 1,17) avrà il compito, annunciato dal profeta Malachia, di ricondurre «il cuore di padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri» (Ml 3,24).

Nelle meditazioni che seguiranno nelle prossime settimane proporremo alcuni brani evangelici, riletti con questa chiave di comprensione: la misericordia di Dio e l’esperienza della paternità e maternità. L’incontro con Gesù è misericordia per i padri e per i figli. Aiuta i primi a riscoprire la propria vocazione e aiuta i secondi a credere nelle promesse di Dio testimoniate dai genitori.

15 giugno 2016