“L’infinito” di Leopardi “esposto” a San Salvatore in Lauro

Fino al 2 giugno la mostra “Infinito 200”, organizzata nell’ambito delle iniziative “per le Marche colpite dal sisma”. Davide Rondoni: «Arte e poesia sono il vero bene comune in Italia»

«Questa poesia vale più del Pil italiano», afferma Davide Rondoni, poeta e ideatore di “Infinito 200” la mostra inaugurata ieri, 12 aprile, nei locali dei Musei di San Salvatore in Lauro nell’ambito delle iniziative “Il Pio Sodalizio dei Piceni per le Marche colpite dal sisma”. Esposto il manoscritto de “L’infinito”, l’idillio che Giacomo Leopardi scrisse nel settembre del 1819 a ventuno anni di età. La mostra è stata inaugurata da un convegno a cui hanno partecipato curatori e docenti di letteratura, per promuovere non solo l’evento, visitabile per due mesi a eccezione dei giorni festivi, ma la nostra intera cultura di cui Leopardi rappresenta una delle tante eccellenze. «Arte e poesia – ha sottolineato Rondoni -, sono il vero bene comune in Italia. Questo dobbiamo dircelo soprattutto in un momento come questo, in cui si avverte la necessità di un cambio, di un nuovo disegno del Paese».

 

Un mutamento che si avverte necessario anche “materialmente” nelle terre colpite dai terremoti, e tra queste le Marche. Il sisma del 2016 è infatti parte in causa della mostra, perché le preziosissime carte e i documenti originali sono stati prestati dal comune di Visso, in provincia di Macerata, e sottratti ai luoghi in cui erano conservati in quanto non più visitabili per i danni subiti. Ci sono gli autografi dei sonetti, la “Prefazione al Petrarca”, la “Epistola al conte Carlo Pepoli”, gli idilli, una statua e due busti del poeta, dipinti con scenari marchigiani perduti nel tempo. Ma è ovviamente “L’infinito” ad attrarre ogni attenzione, con le particolarità del corsivo leopardiano, così elegante e proteso in avanti, e quell’incertezza al verso quattordici, dove un tratto della penna è tirato a sostituire “infinità” con “immensità”. «In questa poesia succede qualcosa. Non sono versi fermi, al contrario sono pieni di movimento – spiega Andrea Gareffi, che insegna Letteratura Italiana a Tor Vergata –. All’inizio Leopardi si “finge”, sente l’infinito e il suo cuore quasi si “spaura” perché è inimmaginabile. Poi una voce parla tra le fronde, e qualcosa cambia: dalla comparazione tra la voce e quell’infinito silenzio, in questo spazio che l’uomo può avere da un segno, il pensiero si annega e il naufragare diventa dolce».

Leopardi intendeva che l’uomo è legato per sua natura a qualcosa di smisurato. Ricorrono nei versi gli elementi di una riflessione sentimentale: una “profondissima quiete” e il silenzio, una volta definito sovrumano e un’altra infinito. Espressioni un poco stridenti nell’epoca della condivisione totale. «Tuttavia non è detto che lo sciame continuo di parole sia il contrario del silenzio – dice Davide Rondoni –. Molto dipende dall’atteggiamento del cuore. È chiaro che il ritmo del parlare, della comunicazione di oggi sembri negare gli spazi del silenzio, ma in realtà il cuore trova sempre i suoi spazi. Quelli di duecento anni fa magari sono diversi, è vero. Quelli di adesso sono certamente più brevi, più sincopati ma non per questo meno profondi». Soprattutto, questi spazi del silenzio e di bellezza sono via via più ricercati, e ne è testimonianza l’alto numero di visitatori intervenuti ovunque il manoscritto sia stato in mostra. A Roma lo sarà da ieri 12 aprile fino al 2 giugno prossimo.

 

13 aprile 2018