L’Istituto De Merode riconosciuto “House of life”

L’Istituto De Merode riconosciuto “House of life”

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Assegnata una targa dalla Fondazione Wallenberg per le vite salvate nel collegio durante le persecuzioni naziste. Le testimonianze e la gratitudine ai “freres”

Il De Merode è «luogo che custodisce e cura la vita». Lo attesta da oggi una targa assegnata all’Istituto dalla Fondazione Wallenberg, dal nome del Perlasca svedese che tante vite ha salvato dalla persecuzione nazista. Una memoria preziosa per l’Istituto che ieri come oggi diviene provocazione urgente per i giovani, tanti quelli presenti alla cerimonia. Una quarantina le persone salvate nel collegio: ragazzi soprattutto ma anche adulti, nascosti dai freres nella loro comunità con tanto di abito. Lo ricordano i testimoni come Gianni Polgar, che all’epoca aveva 7 anni. «Sono arrivato a fine ottobre del 1943. La mia famiglia smembrata in diversi itituti. Una fortuna. Io e mio fratello al De Merode. Ho dovuto cambiare nome. Dovevo dire che i miei genitori erano morti nei bombardamenti. E poi una volta a settimana nel parlatoio potevo incontrare quella che potevo chiamare solo Zia Annetta, mia madre. Non è stato semplice». La gratitudine ai freres «per avere permesso ad un bambino di vivere nella normalità un periodo atroce, rischiando in prima persona». «Mio fratello non ricordava il suo nome finto», ricorda Fausto Zabban, altro rifugiato e suo compagno di classe, ora 90enne. «Quello vero non poteva dirlo. Allora restava in silenzio».

Eroismo quotidiano, silente, quello custodito tra le mura del Collegio, emersa nella lettura dei testi di Elie Wiesel, sulla deportazione il 16 ottobre di oltre 1022 persone a Roma dal ghetto, e di Dennis Walters, nascosto nel collegio con il padre sotto falso nome, proposte dagli studenti del liceo: tra le righe il timore delle perquisizioni, la ricerca dei luoghi per nascondersi, la prudenza e grandezza d’animo della comunità e dell’ allora direttore fratel Sigismondo Barbano. A tratteggiarne l’eredità spirituale i due figli avuti dopo aver lasciato la Congregazione: «Tutto parte da noi, da un piccolo gesto, indipendentemente da quello che gli altri diranno» sottolinea la figlia Maria Giovanna. «Quello di cui stiamo parlando sono fatti anche vostri», ricorda il figlio Paolo Emilio, professore universitario negli Usa, ai ragazzi presenti, tratteggiando in 3 parole l’eredità del padre, allievo tra l’altro di Giuseppe Lombardo Radice, affascinato dalla pedagogia lasalliana e a seguire da Freud: «Il coraggio delle proprie azioni, la libertà dell’uomo; ritrovare nel mondo sempre se stessi, nonostante le principali finestre comunicative siano nelle mani di poche persone».

Presenti alla cerimonia tra gli altri Ruth Dureghello Presidente della Comunità Ebraica di Roma, e Sandro Di Castro, Presidente del B’nau Brith di Roma. «L’Istituto De Merode è sempre stato un centro di crescita culturale, attento soprattutto alla cura delle persone e quindi aperto a tutti. Ottimi i rapporti di stima ed amicizia da sempre con la Comunità ebraica di Roma», ha sottolineato il direttore fratel Cacciotti, ricordando tra gli studenti annoverati nel Collegio anche Carlo Lizzani a Davide Limentani. «Anche oggi esistono discriminazioni e persecuzioni, da quelle più brutali a quelle più sottili, come le varie forme di bullismo. Schierarci con coraggio con i più deboli ed indifesi». «Possa la testimonianza di Fratel Sigismondo e dei freres – ha concluso fratel Robert Schieler, Superiore Generale dei Fratelli delle Scuole Cristiane – ispirare tutti noi ad essere strumenti di pace».

14 febbraio 2017