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Lo Spallanzani, “presidio” contro l’Ebola

L’Istituto per le malattie infettive individuato come uno dei due centri di riferimento d’eccellenza in Italia per fare fronte al virus. La possibilità che arrivi nel Paese: il 5%. «Possiamo dire che sia inverosimile»

È «altamente improbabile, non tuttavia impossibile» che persone infettate o esposte a Malattia del virus Ebola (Mev) possano arrivare in Italia. Il sistema sanitario deve essere allora in grado di individuare prontamente il caso sospetto o l’esposto, confermare o escludere la diagnosi, tutto questo per una corretta gestione del caso e l’adeguato isolamento. Ed è per questo che il ministero della Salute ha individuato nello Spallanzani uno dei due centri di riferimento d’eccellenza (l’altro è l’azienda ospedaliera “Sacco” di Milano) per l’emergenza Ebola sul territorio italiano. Se ne è parlato ieri, mercoledì 8 ottobre, in un corso sulla malattia promosso proprio dall’Istituto per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani, dove si sono appena conclusi i corsi di formazione aperti al personale della Regione Lazio. «Dopo il caso spagnolo – ha spiegato il coordinatore, Giuseppe Ippolito – non possiamo più dire che sia impossibile l’arrivo del virus». Per questo la struttura romana, che può contare su 16 posti letto in grado di diventare ad alto isolamento, più altri 160, farà da scuola, insieme all’ospedale Sacco, a tutte le altre strutture sanitarie del Paese.

Secondo un modello matematico sviluppato a Boston, ha informato Ippolito, c’è il 5% di possibilità che Ebola arrivi in un Paese come l’Italia, «ma il numero è così basso che possiamo almeno dire che sia inverosimile l’arrivo, così come l’epidemia». La difficoltà relativa al propagarsi della malattia è data anche dalla natura di questo virus: Ebola è estremamente mortale ed ha un periodo di incubazione relativamente basso. Ciò vuol dire che è alquanto difficile che possa arrivare in Italia su uno dei tanti barconi di migranti poiché il malato morirebbe prima dello sbarco. Anche se «la vera barriera alla diffusione del virus non è il Mediterraneo ma il deserto del Sahara». Più facile, in linea teorica, il passaggio dagli aeroporti ma qui, comunque, i controlli sono più gestibili e i presidi dovrebbero agire da filtro. A spiegarlo è il biologo Jordi Serracobo, del Biodiversity Research Institute-Università di Barcellona, che al corso dello Spallanzani ha raccontato la scoperta del ruolo dei pipistrelli come “contenitori”, fra i virus più disparati, anche di quello dell’Ebola.

«Sono oltre 1.240 le specie di pipistrelli conosciute e rappresentato quasi il 20% di quelle dei mammiferi terrestri». Questa diversità, ha spiegato il biologo, che è anche specialista di chirotteri, «fornisce ai virus dell’Ebola una vasta scelta del tipo con cui instaurare un rapporto endemico. La deforestazione e i cambiamenti climatici fanno sì che questi animali, che di solito vivono in zone non urbanizzate, vengano sempre più a contatto con l’uomo. Inoltre in Africa spesso sono consumati dalla popolazione locale. Se a tutto ciò si aggiunge che le persone attualmente sono più propense ai viaggi e agli spostamenti, è chiaro che un ipotetico primo contagio possa arrivare più facilmente dai piccoli villaggi in una città e, dato l’elevata densità abitativa, propagarsi rapidamente e con più danni».

Secondo Serracobo, «mancano ancora ricerche e i fondi per finanziarle per capire di più sul ruolo dei pipistrelli nell’epidemiologia del virus Ebola – osserva -. Il modello che prendiamo in esame è quello usato con la rabbia, malattia che di solito viene associata ai pipistrelli. Questi animali sono apparsi 65 milioni di anni fa e si sono evoluti, nel tempo, insieme al virus dell’Ebola: potrebbe essere questa la ragione per cui  non muoiono della malattia». Ma i pipistrelli non vanno demonizzati «bensì studiati – avverte l’esperto – essendo, ad esempio, i nostri maggiori alleati nella lotta alla malaria, i migliori antivirali che abbiamo perché mangiano gli insetti portatori di questo e di tanti altri virus. Dobbiamo allora approfondire gli studi, specie su campo, là dove si trovano questi mammiferi, e per farlo – lancia un appello – servono fondi e scienziati capaci».

Scoperta nel 1976, la malattia da Ebola Virus (Mev), così chiamata dal nome del fiume congolese presso cui fu individuata, è una patologia grave: in questi 38 anni ha fatto registrare epidemie specie in Africa, rivelando una mortalità fino al 90% dei casi. Spesso caratterizzata dall’esordio acuto di febbre, astenia intensa, mialgie, cefalea, seguite da vomito, diarrea, rash e alterata funzionalità epatorenale, la più estesa epidemia di Ebola mai registrata è quella in atto dal dicembre 2013 nell’Africa Occidentale, in Guinea, Liberia, Nigeria e Sierra Leone. Al 6 Settembre 2014, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) riporta infatti 4.269 casi, di cui 2.288 morti. Perché una così grande epidemia? «La povertà, innanzitutto», che si traduce in una «situazione drammatica dei sistemi sanitari assistenziali – spiegano dallo Spallanzani -, nell’inesistenza e inefficienza di strutture di sanità pubblica», a cui si aggiunge il fatto che le frontiere sono molto facili da attraversare. Senza contare che le credenze locali impediscono una reale collaborazione con gli operatori internazionali: sono state propinate, ad esempio, “cure” miracolose come il bere acqua di mare mentre le pratiche funerarie, che prevedono la preparazione del cadavere ed il contatto diretto con la salma da parte dei parenti, rappresentano fattori di amplificazione e diffusione della malattia.

9 ottobre 2014