L'informazione della Diocesi di Roma

L’uomo che fu ogni uomo

A 450 anni dalla nascita e nonostante le ondate di moda nella critica letteraria, l’opera di William Shakespeare resiste a ogni tentativo di essere decriptata e ridotta a una singola interpretazione

Si sono celebrati pochi giorni fa i 450 anni dalla nascita di William Shakespeare, battezzato il 26 aprile 1564 (non conosciamo il giorno della nascita) nella Holy Trinity Church di Stratford-upon-Avon, la stessa chiesa nella quale sarà sepolto il 23 aprile 1616. E il più grande mistero intorno alla sua figura è forse proprio questo, che nella piccola chiesa di un paese di campagna si chiuda il cerchio dell’esistenza di colui che, secondo Ben Jonson, «non appartenne a un’epoca, ma a tutti i tempi». Nonostante le ondate di moda nella critica letteraria – romantica e nazionalista, strutturalista e post-strutturalista, marxista e femminista, psicoanalitica e dei cultural studies – l’opera di Shakespeare resiste a ogni tentativo di essere decriptata e ridotta a una singola interpretazione.

Questo perché, come nota Tommaso Pisanti, l’autore che amava la complessità del canto e del controcanto, una visione totalizzante di ogni genere letterario che abbracciava il lirico come il triviale partecipando con lo stesso pathos alla tragedia come alla commedia, si celava dietro un atteggiamento di “solido e pacato non-protagonismo”. Della sua vita privata, del suo “io”, non sapremmo quasi nulla, non fosse per i sonetti pubblicati a sua insaputa. Ma l’idea di uno Shakespeare che non piega l’intera vita a servizio della propria arte, ma si sposa, ha figli, compra casa e commercia cavalli – ha una normale vita sofferta, come Johann Sebastian Bach – è inaccettabile per le élite culturali. Tanto che da secoli si tenta di attribuire la paternità delle sue opere a intellettuali più fascinosamente eccentrici come il filosofo Lord Francis Bacon, lo scrittore libertino Christopher Marlowe o il conte Edward De Vere, presunto amante della regina Elisabetta.

Il vero scandalo dell’esistenza di Shakespeare è tutto sommato la sua ordinarietà, quanto mai distante da quella del genio come “forza immane della natura” elaborata dal Romanticismo e prolungata fino a oggi da critici ossessionati dall’originalità della propria opera come Harold Bloom. Gli intellettuali di professione non sopportano l’idea che il genio non sia una eccezione rispetto al resto dell’umanità, quanto piuttosto la sua migliore rappresentanza.

Lo scrittore inglese Gilbert K. Chesterton, che fu oltre tutto sottilissimo critico letterario, ha dedicato diversi scritti al Bardo. Una delle notazioni più interessanti compare all’interno di “Eretici” (1905), in un saggio che prende le mosse dalla figura del pittore statunitense James McNeill Whistler – allora famoso e apprezzato da Oscar Wilde, convinto assertore della superiorità dell’artista sull’uomo comune. Ebbene, secondo Chesterton questo è il marchio della mediocrità, perché l’autentico genio non ha bisogno di concentrare ogni sua energia vitale sulla creazione artistica.

«Essere un artista non gli impediva di essere un uomo comune, non più di quanto dormire di notte o cenare la sera gli impedisse di essere un uomo comune. Tutti i più grandi maestri e condottieri avevano questa abitudine di supporre che il loro punto di vista fosse umano e sincero, e che avrebbe potuto facilmente essere condiviso da qualsiasi passante. Se un uomo è realmente superiore ai suoi simili, la prima cosa in cui crede è l’uguaglianza tra gli uomini […] Il grande uomo di prim’ordine è uguale agli altri uomini, come Shakespeare. Il grande uomo di second’ordine si inginocchia dinanzi agli altri uomini, come Whitman. Il grande uomo di terz’ordine è superiore agli altri uomini, come Whistler».

«Conoscere bene un uomo – dice il dolce principe Amleto – sarebbe conoscere se stessi» (V, II). La vera arte è uno specchio in cui possiamo vedere «la più riposta parte» di noi, essa “gira i nostri occhi verso l’anima” e ci costringe a vedere (II, IV). E forse il segreto è tutto qua: per conoscere bene ogni uomo occorre conoscere se stessi, per essere un artista non bisogna astrarsi dalla vita, ma occorre essere uomini nel senso più pieno e perfino banale del termine. Perché il teatro, lo ricorda un gande critico scespiriano come Giorgio Melchiori, non è «immagine della vita fissata una vita per sempre, ma la vita stessa nella sua infinita varietà».

William Shakespeare, «Tutto il teatro. Edizione integrale», Newton &
Compton, pp. 2.634, € 14,90

30 aprile 2014