L'informazione della Diocesi di Roma

“Madre d’inverno”, le domande di Lamarque

Poetessa tra le più originali e sensibili dei nostri tempi, filtra nei suoi versi il sentimento smagato della creatura con gli occhi sgranati sul mondo

Poetessa tra le più originali e sensibili dei nostri tempi, filtra nei suoi versi il sentimento smagato della piccola creatura con gli occhi sgranati sul mondo

Vivian Lamarque, poetessa italiana fra le più originali e sensibili e speciali dei nostri tempi, è nata a Tesero, in provincia di Trento, nel 1946, con ascendenze valdesi (il nonno era un pastore). A soli nove mesi venne abbandonata dalla madre naturale e data in adozione a Milano dove è cresciuta. Il padre biologico, come spesso succede in questi casi, resta avvolto nel mistero; quello acquisito morì prestissimo. Vivian apprende di avere due madri a 19 anni quando, come lei ha scritto più volte, finalmente conosce quella di sangue. Rossana Dedola nel 2002 raccolse in un Oscar Mondadori i testi lirici usciti fino ad allora. Giustamente notò che Teresino, il titolo della prima raccolta targata 1981, quasi anagramma del nome del paese natale, richiama pure Terezin, il famigerato lager nazista riservato ai bambini.

Con queste complesse origini familiari era inevitabile che Lamarque dovesse fare i propri conti: esistenziali, letterari, psicanalitici. Filtra nei suoi versi il sentimento smagato della piccola creatura con gli occhi sgranati sul mondo, una posizione pre-linguistica, come dire: eccomi qui, nonostante tutto, nel frastuono della storia e delle umane vicende, a incidere la mia presenza sul tronco dell’albero. Vi-vi-an-la-mar-que. Ricordatevi di me, in dantesca assonanza. Della mia piccola realtà. Con questa voce. Con questo respiro. Con questi brevi passi. È la goccia che continua a cadere sul foglio. Un tempo di battuta. Un ritmo dell’esistenza. Leggiamo così anche la sua ultima opera: Madre d’inverno (Mondadori, pp. 138, 19 euro) dove tutto ritorna: la vecchia madre novantenne, custode degli anni orfani; gli antenati perduti; il marito pittore; la figlia Miryam; il medico curante, trasfigurato nel Signore d’oro; le targhe, i fiumi, i gatti, il mare, l’amata Szymborska. Ma poi lo scatto essenziale della coralità avviene in un testo intitolato L’albero. «Qualcuno dall’alto – scrive la poetessa – cerca / in punta di piedi di parlare con quelli già lassù».

Emergono domande che tutti noi abbiamo formulato, che non possono avere risposta e chissà, forse proprio per questo danno senso alla vita: «Morti ma come vi hanno messi? /divisi per millennio? per secolo? / per causa di decesso? per precocità? / o siete tutti in disordine come stracci / là? o siete polvere quieta come di mobili? / siete grigi? o d’argento? / siete una polvere bella? sì?». Questo pronunciamento finale, a ben pensare, non è distante da quello che declamò Molly nell’ultimo capitolo dell’Ulisse di James Joyce: sì alla vita, al suo mistero, al suo enigma, alla sua fatalità, al suo disegno, ognuno può scegliere il nome che vuole.

Vivian Lamarque è anche un’apprezzata autrice di favole per bambini. Conosce il valore del sogno, pratica l’imprevisto, cammina sul filo, regala tenerezza e negli anni ha imparato a spendere tutto, a non tenere niente solo per sé.

6 giugno 2016