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Malaria, Morrone: «Scientificamente ridicolo collegarla ai migranti»

L’infettivologo del San Gallicano di Roma interviene sul dibattito scatenato dal caso della piccola Sofia, deceduta a Brescia a causa della malattia

«Oggi si cerca di affermare che esiste una “malaria degli immigrati”: niente di più scientificamente ridicolo». Lo afferma Aldo Morrone, infettivologo di fama mondiale, primario di Malattie tropicali all’ospedale San Gallicano di Roma, con una lunga esperienza in ambito migratorio e di lavoro in zone malariche al confine tra Eritrea ed Etiopia.«”Controlliamo gli immigrati”, si dice – scrive Morrone in un lungo post sulla sua pagina Facebook – e allora lasciamo liberi i turisti, i lavoratori che vanno in queste aree rischiando la morte per non aver praticato la chemioprofilassi. “La malaria viaggia nelle valigie degli immigrati”, si afferma ancora. Avete mai visto un immigrato sbarcare da un barcone con la valigia? Non siamo a Ellis Island. E se anche fosse, la zanzara sarebbe morta da tempo. Solo nelle vicinanze degli aeroporti che hanno linee dirette con l’Africa e quindi una rapidità di trasferimento dell’Anopheles, potrebbe accadere, come già è avvenuto, in particolare in Francia. Ne sanno qualcosa i lavoratori degli aeroporti e gli abitanti vicini».

Un vaccino per la malaria? «Magari. Ma con gli investimenti fatti finora dovremo attendere almeno altri 100 anni», osserva Morrone, proponendo invece di investire «per migliorare l’habitat ecologico di questo piccolo pianeta, dove ci siamo dimenticati che ogni essere vivente è legato profondamente all’altro e dove non ci sono esseri viventi “clandestini”. Questo significherebbe “contrastare la diffusione delle zanzare”, per esempio. Abbiamo già dimenticato Zika, la Chikungunya, la Dengue, la Febbre gialla, la Febbre del Nilo. Queste malattie, anch’esse trasmesse da zanzare, vengono ignorate finché rimangono in Africa o in Asia. Ma appena si muovono (e come si muovono!) verso di noi, si scatena il panico. Un panico che però, nella maggior parte dei casi dura un paio di settimane al massimo. Giusto il tempo che si spengano i riflettori dei media e tutto sembra non esistere più. Tra un mese chi ricorderà più Sofia, se non i propri familiari?».

L’auspicio del primario, allora, è che dal «”sacrificio” involontario» di Sofia possa nascere «un movimento, un’associazione dedicata a lei, per impedire non solo il ripetersi di questa morte inaccettabile ma anche quella di centinaia di migliaia di bambini il cui “sacrificio” non viene raccontato da nessuno. Proviamo a farlo».

11 settembre 2017