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Il mare di dolore di Vanessa Redgrave. «La mia missione? Proteggere i minori»

L’attrice premio Oscar debutta alla regia con “Sea sorrow”, documentario sulla crisi dei rifugiati in Europa: «Abbiamo il dovere di resistere a queste politiche crudeli e illegali. Le persone muoiono»

Che proteggere i minori migranti sia ormai la sua missione lo dice chiaramente, Vanessa Redgrave; non è un caso che a questo tema abbia dedicato il suo debutto alla regia col documentario sulla crisi dei rifugiati in Europa “Sea Sorrow”, presentato alla Festa del cinema di Roma. “Il dolore del mare”, come nella Tempesta di Shakspeare, un mare attraversato da «uomini, madri e bambini che muoiono, muoiono, muoiono» ai confini d’Europa, per colpa di «politiche crudeli e illegali». Per questo, spiega l’attrice premio Oscar, «tutti abbiamo il dovere di resistere» e aiutare coloro che scappano da guerre e dittature, non «innalzando muri ma pensando a passaggi sicuri». Il film girato tra Francia, Italia, Grecia, Libano e Inghilterra, sostiene infatti l’ong Safe passage, nata nel 2015 a Calais ma attiva da poco anche in Italia, la cui attività è stampa presentata in un incontro riservato tra l’attrice e alcune testate italiane di settore, tra cui Redattore sociale.

Da Calais a Lesbo, lo sguardo di Redgrave sui migranti. «Ormai dire migrante è diventato una malattia. Nel mondo dei media stanno insistendo su questa parola. Ma chi muore in mare, chi attraversa il mare per trovare la vita anziché la guerra, non sta venendo qui a coltivare l’uva o a raccogliere i pomodori – afferma Redgrave-. Non sono migranti, non cercano lavoro, stanno scappando, cercano una vita sicura. È una questione di diritti umani. La gente muore». Nel documentario l’attrice attraversa con il suo sguardo le frontiere dell’Unione, partendo dalla Grecia che, dice, ha dato a tutti «una lezione di umanità». E poi si fa attivista a Calais, andando ad incontrare i diecimila migranti accampati nei giorni immediatamente prima dello sgombero, ad ottobre 2016. Insieme a lei Sir Alfred Dubs, membro del partito laburista, che lo scorso anno presentò la proposta di accogliere nel Regno Unito i tremila minori presenti nella giungla. Dubs, nato a Praga da padre ebreo, aveva lui stesso beneficiato da bambino di un programma di accoglienza in Inghilterra per i minori di origine ebraica provenienti dalla Germania nazista e dai territori occupati. La sua testimonianza nel film è messa in parallelo con le immagine dei profughi nei campi. «Con mio figlio sono stata a Norimberga dove furono condannati e giudicati i criminali nazisti – continua l’attrice -. Oggi lì c’è una destra che avanza, e il governo ha dato ordine alla polizia di rispedire i profughi in Afghanistan. Mi si gela il cuore. C’è un nazionalismo che percola. Stiamo vivendo un periodo in cui la società subisce una trasformazione poco gradevole. Pensavamo che l’olocausto e la pulizia etnica non avrebbero potuto più ripetersi, oggi ci sono situazioni molto simili. Anche in Italia ci sono cortei fascisti e nessuno fa niente. Bisogna contrapporre a tutto questo i diritti umani senza i quali non c’è dignità. È la nostra missione». Carlo Nero, produttore del film, figlio di Vanessa Redgrave e Franco Nero, racconta che l’idea del documentario è nata durante una serata di beneficenza a Londra, per raccogliere i fondi a favore dei rifugiati, durante la quale la madre recitava proprio la tempesta di Shakespeare: «Ii tabloid inglesi sparano in prima pagina i profughi per ogni piccolo errore che commettono, la gente è disinformata. Noi con quest’opera vogliamo proporre un’altra narrazione». Nel film alcune star di Hollywood hanno prestato il loro volto alla causa, tra loro Emma Thompson e  Ralph Fiennes, recitando alcuni brani dell’opera shakespeariana. Il film punta l’accento molto anche sull’attivismo della società civile, mostrando le manifestazioni in favore dell’accoglienza dei rifugiati in alcune città come Londra .

Passaggi sicuri per i minori migranti. Nella pellicola Redgrave racconta anche la storia di alcuni minori non accompagnati accolti in Italia e in altre zone di frontiera. «Serve un passaggio sicuro per tutti i minorenni – spiega -. Molti scappano da regimi dittatoriali, come gli Oromo. La gente non capisce perché siano così tanti in Europa, noi abbiamo il dovere di difenderli». Sea sorrow sostiene l’ong Safe passage nata a Calais per facilitare il ricongiungimento familiare dei minori presenti nella jungle con i parenti negli altri Paesi europei, in particolare l’Inghilterra. L’organizzazione lavora in rete con altre istituzioni, come l’Unhcr e ong nei Paesi di arrivo e di destinazione dei minori non accompagnati, e tramite le leggi già vigenti (come il regolamento Dublino III, che consente la riunificazione dei minori con i parenti prossimi negli altri Stati membri) facilita il passaggio da uno Stato all’altro secondo una via legale. Ad oggi l’ong è attiva nel Regno Unito, in Francia, in Grecia, in Italia e in Belgio. E finora ha supportato 141 ragazzi.

Safe passage in Italia: «Se non accorciamo i tempi dei ricongiungimento, i minori continueranno a scappare affidandosi ai trafficanti». Sono 8 i casi seguiti nel nostro Paese finora: 6 persone sono già state trasferite, mentre due ragazzi sono in attesa di partire. «Quello che facciamo è cercare di accorciare i tempi dei ricongiungimenti che oggi sono un problema enorme – spiega Giulia Perin, avvocato dell’associazione Studi giuridici per l’immigrazione e consulente di Safe passage -. In Italia l’accesso alla procedura è molto complesso, può passare anche un anno. Questo è un problema perché nell’attesa i minori si allontanano dai centri e cercano di raggiungere i loro parenti da soli. Spesso prevale anche l’ignoranza – aggiunge -, molte procure non sono informate sui diritti dei minori. Servirebbe più formazione». Il regolamento Dublino III prevede infatti per i minori non accompagnati dei ricongiungimenti agevolati con i parenti presenti negli altri Stati. Inoltre, al contrario degli adulti, per la loro domanda d’asilo non è competente il primo Paese di approdo ma il Paese in cui si trovano al momento della richiesta di protezione. «Queste procedure spesso vengono anche volutamente ignorate – spiega Perin -. Cerchiamo quindi di portarle all’attenzione delle autorità competenti e seguire il caso fino alla fine: cercando i parenti negli altri Paesi e cercando le prove dei legami». Natasha Tsangarides, responsabile del progetto in Grecia, racconta che nella penisola ellenica sono 22 i casi seguiti e 16 le persone trasferite. «Tutti hanno problemi – spiega -, la salute mentale di questi ragazzi è a rischio, sono molto vulnerabili. Per questo è importante intervenire subito». (Eleonora Camilli)

6 novembre 2017