Maternità surrogata, lo stop della Corte europea dei diritti dell’uomo

Maternità surrogata, lo stop della Corte europea dei diritti dell’uomo

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La Grande Chambre dà ragione al tribunale italiano: la relazione tra ricorrenti e bambino non rientra nell’ambito della vita familiare. Palazzani: stop a turismo procreativo

È il 2011. Una coppia italiana residente nella provincia di Campobasso si reca in Russia e, attraverso una società privata, ottiene da una “madre surrogata” un bambino, che non ha quindi nessun legame biologico con la coppia. La legge russa consente loro di registrare il bambino come proprio figlio. I problemi iniziano al rientro in Italia, dove il tribunale si rifiuta di registare il piccolo come figlio della coppia e, appurata l’inesistenza di qualunque legame biologico, dispone che venga sottratto alla cura dei ricorrenti, dandolo in adozione a un’altra famiglia. Il bambino intanto ha circa 8 mesi.

La loro storia diventa un caso: “Paradiso-Campanelli contro Italia”. Un caso sul quale ieri, martedì 24 gennaio, si è espressa la Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo. «La Corte – si legge nella sentenza – giudica che la relazione tra i ricorrenti e il bambino non rientra nell’ambito della vita familiare». Parole sufficienti a ribaltare un’altra sentenza precedentemente emessa dalla Corte, nel gennaio 2015, secondo cui la sottrazione del bambino alla prima coppia aveva violato l’articolo 8 della Convenzione sui diritti dell’uomo, vale a dire quello concernente il diritto alla vita privata e familiare, non tenendo conto dell’interesse superiore del bambino. Il nuovo pronunciamento invece riconosce alla magistratura italiana il merito di aver agito proprio nel superiore interesse del bambino, ponendo di fatto un freno alla pratica della maternità surrogata.

«Garanzia di una prospettiva giuridica di civiltà, in opposizione alla cultura dei desideri indivituali». A definire così la sentenza è il presidente del Movimento per la vita Gian Luigi Gigli, che ribadisce: «La genitorialità non può essere un diritto o una pretesa». Normalmente, aggiunge, «si diviene genitori per ragioni biologiche. L’eccezione non può essere l’utero in affitto o l’acquisto di gameti, ma l’adozione effettuata solo nell’interesse del bambino e non per la soddisfazione degli aspiranti genitori». La richiesta al governo italiano è di procedere con la proposta di legge sull’utero in affitto, «perché il reato di maternità surrogata sia perseguibile anche se commesso all’estero». Per Gigli «è l’unico modo per porre finalmente fine a un turpe traffico e allo sfruttamento di donne in condizioni di bisogno».

Positivo anche il commento di Laura Palazzani, docente di Filosofia del diritto all’Università Lumsa di Roma e vice presidente del Comitato nazionale per la bioetica, che parla di «una sentenza importante, che non ci dice tutto sui limiti di liceità della maternità surrogata ma che almeno pone dei paletti». Sentenza, tra l’altro, definitiva, che quindi fa giurisprudenza a livello internazionale. Secondo Palazzani, il merito è anzitutto quello di stabilire un limite al «turismo procreativo, secondo il quale una coppia che ha avuto un bambino all’estero mediante la maternità surrogata (proibita nel proprio Paese) tornava in patria con la quasi automatica certezza del riconoscimento del bambino nato come proprio figlio».

Ancora, l’esperta di bioetica mette l’accento sul fatto che la Grande Chambre abbia stabilito che «non c’è, in questo caso, violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo, che tratta del diritto al rispetto della vita privata e familiare». Vale a dire, si va nella direzione della protezione dell’interesse superiore del bambino, riconoscendo che vi sono «condizioni minime per stabilire quando sussista un legame familiare, identificate nella presenza di un legame biologico e nella conformità alla legislazione internazionale dell’adozione. Questi – prosegue – sono ritenuti requisiti minimi per evitare l’incertezza e precarietà giuridica dei legami genitori/figli. Non basta provare affetto e vivere per qualche tempo con un bambino per essere riconosciuti genitori».

25 gennaio 2017