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«Il mattino di domani», il breviario spirituale di Renzo Paris

Tornano in questi versi, insieme ai lancinanti ritratti degli amici scomparsi, gli antichi fuochi della seconda guerra mondiale, all’ombra del Gran Sasso

Renzo Paris (Celano, 1944) è giunto con l’ultimo volume di poesie da qualche mese pubblicato, Il mattino di domani (Elliot, pp. 142, 16,50 euro), sul limite di una estrema stazione espressiva, oltre cui ci piace intravedere i monti brulli e austeri del suo Abruzzo più scontroso e solitario, che tanto piacque ad Ernest Hemingway, pronto a tesserne le lodi in “Addio alle armi”. Tale soluzione rastremata si configura di fatto come l’unica, vera, persuasiva risposta alla critica che, tanti anni fa, nello scrutinio del suo esordio lirico, gli rivolse Enzo Siciliano, il quale rimproverò a Paris «un’eccessiva disponibiità stilistica e culturale». Proprio l’opposto, invece, nel momento in cui i margini della sua libertà operativa si sono ridotti in maniera significativa, sia tecnicamente, con l’adozione della nobile terzina, sia dal punto di vista esistenziale, in una scelta accorta del ciclo stagionale, dalla primavera all’inverno, da intendersi quale tracciato ineludibile e vincolante di un percorso autobiografico che non avrebbe potuto avere diverso esito.

Tornano in questi versi, insieme ai lancinanti ritratti degli amici scomparsi, da Dario Bellezza a Valentino Zeichen e Giovanna Sicari, gli antichi fuochi della seconda guerra mondiale, all’ombra del Gran Sasso («Quante volte ancora / avrò il privilegio di ammirarti, / montagna tibetana della mia vita» – senza punto interrogativo finale), appena in tempo per salutare i giovani tedeschi biondi che, di fronte alla pressione degli eserciti alleati, si sganciarono subito, anche se poi il cartone teatrale più forte resta sempre Roma, dove lo scrittore si trasferì a dodici anni insieme alla famiglia compiendo nell’Urbe la sua educazione sentimentale. Colpisce in questo breviario spirituale lo stacco netto dai tempi della giovinezza, che avrebbe potuto rischiare di essere confinata in una semplice bohème malinconica («in quel polveroso ballo del Settantatré»), verso uno sguardo tutto proteso verso il futuro: «Sotto il portichetto sbreccato / un gruppo di giovani stranieri / attende l’insegnante di lingue./ Apre la saracinesca del garage /e fa l’appello.

Indiani, pakistani, /africani, illuminati da una lampadina / ascoltano le parole italiane / che l’insegnante scrive con il gesso / sulla lavagna nera. / Corrono poi chiassosi alla mensa / della Caritas, ripopolano vispi le grandi / città della futura Eurabia». È come se il timbro profondo di Guillaume Apollinaire, il poeta faro che da sempre illumina il sentiero percorso da Renzo Paris, fosse tornato a incidere nella carne viva con un magnete universale in grado di cogliere il mutare del tempo storico nel suo tipico flusso, prima che si solidifichi, quasi che scrivere fosse incollare adesivi uno accanto all’altro: ed ecco quindi il figlio magro e alto che corre davanti al padre nei quartieri meticci di Canal Saint–Martin, a Parigi, dove, scrive Paris, «non ricordavo / tutta quella folla». Bilancio senile, sì, ma fino a un certo punto. È proprio dove il desiderio muore, in quella zona di “vita trita”, pure ancora così carica di energia («Amo fare la spesa al supermercato, / entrare in un bar del quartiere, / ascoltare i loquaci avventori, / i più ridanciani, pettegoli, ubriachi / fin dal mattino…») che il ciclo ricomincerà (in uno spunto fantastico alla Henry Miller, ci verrebbe da aggiungere), anche se, dobbiamo accettarlo, senza di noi: «Eccomi pronto, con il mio io in fiamme, / a dragare le sterminate eternità».

 

30 ottobre 2017