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Migranti, Boeri: «Chiudere le frontiere? Costerebbe 38 miliardi l’anno»

Il presidente Inps alla Camera per la relazione annuale. «Non abbiamo bisogno di “muri”: mettono a rischio il nostro sistema di protezione sociale»

Il presidente Inps alla Camera per la relazione annuale. «Non abbiamo bisogno di “muri”. Al contrario: ne va del nostro sistema di protezione sociale»

«Non abbiamo bisogno di chiudere le frontiere. Al contrario, è proprio chiudendo le frontiere che rischiamo di distruggere il nostro sistema di protezione sociale». Lo ha dichiarato ieri, martedì 4 luglio, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, nel corso della relazione annuale alla Camera. L’assenza di immigrati comporterebbe «un saldo netto negativo di 38 miliardi per le casse dell’Inps. Insomma una manovrina in più da fare ogni anno per tenere i conti sotto controllo», le parole di Boeri. «Siamo consapevoli del fatto che l’integrazione degli immigrati che arrivano da noi è un processo che richiede del tempo e comporta dei costi. È anche vero che ci sono delle differenze socio-culturali che devono essere affrontate e gestite e che l’immigrazione, quando mal gestita, può portare a competizione con persone a basso reddito nell’accesso a servizi sociali, piuttosto che nel mercato del lavoro- ha continuato -. Ma una classe dirigente all’altezza deve avere il coraggio di dire la verità agli italiani: abbiamo bisogno di un numero crescente di immigrati per tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale».

Oggi, ha spiegato ancora Boeri, «gli immigrati offrono un contributo molto importante al finanziamento del nostro sistema di protezione sociale e questa loro funzione è destinata a crescere nei prossimi decenni man mano che le generazioni di lavoratori autoctoni che entrano nel mercato del lavoro diventeranno più piccole». Quindi ha citato la Parte terza del Rapporto, nella quale «documentiamo come gli immigrati che arrivano da noi siano sempre più giovani: la quota degli under 25 che cominciano a contribuire all’Inps è passata dal 27,5% del 1996 al 35% del 2015. In termini assoluti si tratta di 150mila contribuenti in più ogni anno. Compensano il calo delle nascite nel nostro Paese, la minaccia più grave alla sostenibilità del nostro sistema pensionistico, che è attrezzato per reggere ad un aumento della longevità ma che sarebbe messo in seria difficoltà da ulteriori riduzioni delle coorti in ingresso nei registri dei contribuenti rispetto agli scenari demografici di lungo periodo».

Per offrire qualche ordine di grandezza «su quanto ci costerebbe la chiusura delle nostre frontiere ai cittadini extra comunitari – ha proseguito ancora Boeri – abbiamo voluto simulare l’evoluzione da qui al 2040 della spesa sociale e delle entrate contributive nel caso in cui da qui in poi i flussi in entrata di contribuenti extra-comunitari dovessero azzerarsi. Nel triennio precedente alla crisi circa 150mila lavoratori immigrati cominciavano a versare contributi ogni anno mentre il 5% dello stock di lavoratori immigrati (circa 100mila persone) uscivano dal nostro mercato del lavoro. Nella nostra simulazione la popolazione dei contribuenti immigrati si riduce mediamente ogni anno di circa 80.000 persone nei prossimi 22 anni. In linea con i dati raccolti nella Parte terza sulle carriere lavorative degli immigrati, abbiamo ipotizzato una retribuzione annua di ingresso di 2.700 euro, molto inferiore a quella dei lavoratori italiani (gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere), poi crescente fino a un massimo di 9.500 euro al termine della carriera. Abbiamo guardato tanto al gettito contributivo che alle spese associate a prestazioni destinate agli immigrati (pensioni, prestazioni a sostegno del reddito, assegni al nucleo famigliare, invalidità civile). I risultati della nostra simulazione a prezzi costanti possono essere riassunti in tre cifre: nei prossimi 22 anni avremmo 73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno meno di prestazioni sociali destinate a immigrati».

Boeri ha ricordato infine che «molti degli immigrati che cominciano a lavorare oggi nel nostro paese matureranno il diritto alla pensione più in là nel tempo, in numero consistente dal 2060 in poi, quindi oltre l’orizzonte preso in considerazione dalle nostre simulazioni. Bisogna tuttavia tenere conto del fatto che molti immigrati lasciano il nostro Paese prima di maturare i requisiti contributivi minimi e, anche quando ne avevano diritto, in passato spesso non hanno richiesto il pagamento della pensione, di fatto regalandoci i loro contributi (nostre stime prudenziali sono di un regalo che vale, ad oggi, circa un punto di Pil)», ha concluso.

5 luglio 2017