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Migranti, esce “L’ordine delle cose”: la discesa agli inferi e l’umanità ferita

Dopo l’anteprima a Venezia, è nelle sale l’ultimo lavoro di Andrea Segre. Un film che sembra un documentario e che stupisce per l’aderenza alla realtà

«Una volta si sarebbe detto che si tratta di un film di attualità. Io direi che i tratta di un film del dopo attualità, un film che parla di ciò che è successo ieri, di ciò che sta succedendo oggi e non solo di ciò che succederà in futuro, ma proprio domani mattina». Le parole del presidente della Commissione diritti umani al Senato Luigi Manconi, descrivono bene l’importanza dell’ultimo lavoro di Andrea Segre, L’ordine delle cose, dal 7 settembre nelle sale italiane. Un’opera di fiction, che sembra un documentario. Un film di impegno civile che stupisce per la sua aderenza alla realtà: prevede e descrive nei dettagli il piano dell’Italia per fermare le partenze in Libia, e ne sottolinea, senza pietismo, gli alti costi in termini di diritti umani. In un mondo in cui le merci, dal vino ai bulbi delle piante, possono circolare liberamente, le persone pur se richiedenti asilo sono costrette in centri di detenzione senza aver commesso alcun reato, se non quello di volersi spostare da un paese all’altro.

La crisi del protagonista e le contraddizioni della società. Protagonista della pellicola è Corrado un alto funzionario del ministero degli Interni italiano specializzato in missioni internazionali contro l’immigrazione irregolare. Il governo italiano lo sceglie per affrontare una delle spine nel fianco delle frontiere europee: i viaggi illegali dalla Libia verso l’Italia. La sua missione è molto complessa, la Libia post- Gheddafi è attraversata da profonde tensioni interne, mettere insieme la realtà libica con gli interessi italiani ed europei sembra impossibile. Corrado, insieme a colleghi italiani e francesi, si muove tra stanze del potere, porti e centri di detenzione per migranti. Il suo obiettivo è chiaro: convincere i libici a collaborare con l’Italia, e ad attivarsi nel fermare le partenze. A infrangere la linearità della sua azione sarà però Swada, una donna somala che vive in uno dei centri di detenzione. Conoscerla, parlare con lei, perfino scherzare, mette in crisi alcune sue certezze e insinua l’ordine delle cose. «Nella figura di Corrado si vede riflessa con tutte le sue contraddizioni la crisi morale della nostra società – ha aggiunto Manconi, nella presentazione al Senato -. Si vede riflesso un processo che oggi arriva a mettere in discussione le categorie fondanti, l’identità del genere umano. Un film così bello sotto il profilo artistico, sotto la sua identità di film in primo luogo, che costituisce una grandissima lezione per tutti noi».

Il regista: «Il Paese reagisca a questa discesa agli Inferi». Come nei suoi lavori precedenti, Andrea Segre non rinuncia all’impegno civile e di denuncia. E fa vedere cosa sono i centri di detenzione in Libia: ricostruiti in ogni dettaglio a partire dalle testimonianze di chi ci è stato e lì ha subito torture e abusi. «In questo momento servono parole rilevanti e serie su quanto sta avvenendo – sottolinea il regista -. Mi auguro che ci sia la capacità del paese di reagire a una discesa agli Inferi  a cui non stiamo solo consegnando gli altri, ma anche tutti noi». Segre ha ricordato che tra le comparse del film ci sono anche alcuni dei rifugiati sgomberati «in maniera violenta» dal palazzo di via Curtatone, a Roma, il 19 agosto scorso. E che a rendere possibile la realizzazione della pellicola sono state quelle stesse ong, finite nel mirino di una campagna denigratoria, l’estate scorsa. Tra queste Amnesty International e Medici senza frontiere.

Bonino: «Non riesco a sentirmi sollevata se questi “straccioni” non partono più». L’uscita del film è stata salutata con favore dalla presidente della Camera Laura Boldrini: «Auguro ogni successo a quest’opera che dimostra una grande capacità da parte del regista di anticipazione dei problemi – ha scritto in un messaggio. Sulla stessa scia anche il presidente del Senato Pietro Grasso: «Il regista racconta come la genesi del film risalga a più di tre anni fa: colpisce come la sua presentazione alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia si sia inserita pienamente nel cuore di un dibattito che proprio in queste settimane vede la questione dei migranti provenienti dalla Libia al centro di una nuova strategia – nazionale ed europea – e di profonde polemiche e divisioni», scrive. «Vedo che c’è sollievo perché le persone non partono più, questi “straccioni” non partono più. Ma io non riesco a sentirmi sollevata – ha aggiunto Emma Bonino -. Credo che questo tappo che abbiamo messo sulle partenze per molti salverà l’Italia, ma vorrei che ci stupissimo quando scopriremo le fosse comuni in Libia». In contemporanea al film è uscito anche un pamphlet dal titolo “Per cambiare l’ordine delle cose”, una pubblicazione di 16 pagine, che contiene spunti concreti per una migliore gestione dell’immigrazione in Europa. Tra gli autori c’è anche la scrittrice italo-somala Igiaba Scego: «Quello che è chiaro è che stiamo perdendo ogni forma di umanità. Troppo spesso dimentichiamo che i rifugiati hanno fatto la storia». Il pamphlet si può scaricare online sul sito del film, dove è possibile contribuire alla riflessione con i propri commenti, o ritirare dall’inizio della prossima settimana in formato cartaceo presso le filiali e gli uffici di Banca Etica. (Eleonora Camilli)

8 settembre 2017