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Migranti, associazioni in campo: “corridoi” e impegno per lavoro

Documento delle organizzazioni impegnate nel settore. Una veglia promossa a Santa Maria in Trastevere per i “morti di speranza”. Omelia di Gnavi

Documento delle organizzazioni impegnate nel settore. Una veglia promossa a Santa Maria in Trastevere per i “morti di speranza”. Omelia di Gnavi

Una candela per Aisha, una per Ayed, una per Mary, una per il piccolo Omar. Una luce per «ricordare tutte le donne, gli uomini e i bambini che sono morti nei viaggi disperati, per mare e per terra, che avrebbero dovuto condurli alla salvezza». Lo dice in apertura della sua omelia monsignor Marco Gnavi, presiedendo, giovedì sera a Santa Maria in Trastevere, la veglia dedicata a coloro che sono “morti di speranza”: dall’inizio dell’anno quasi duemila persone. In pratica, su 35 migranti che riescono ad arrivare in Europa, ce n’è uno che perde la vita.

veglia migranti - morire di speranzaA organizzare il momento di preghiera sono Comunità di Sant’Egidio, Centro Astalli, Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Acli, Casa Scalabrini 634, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Realtà che, un’ora prima, si ritrovano nella piazza di Trastevere per presentare alcune proposte sull’immigrazione. Poiché l’Europa sta «vivendo una forte crisi demografica», sostengono, è necessario «incrementare i canali di ingresso regolare per ricerca di lavoro e agevolare i ricongiungimenti familiari».

Ancora, «per affrontare guerre e crisi umanitarie, oltre ad aprire nuovi corridoi umanitari, è urgente un programma serio di resettlment e relocation». Da favorire anche «l’integrazione di chi è accolto – aggiungono – puntando sull’apprendimento della lingua italiana e sull’inserimento in efficaci percorsi di formazione lavorativa». Sempre ricordando che «il salvataggio in mare fa parte di un codice umanitario condiviso a livello universale».

Lo sottolinea con forza anche monsignor Gnavi. «Difendere, soccorrere, salvare la vita – scandisce durante l’omelia – è un obbligo morale, umano, religioso e civile!». La «salvezza del profugo», riflette il sacerdote, vuol dire «pace, accoglienza, soccorso, nuovi legami, integrazione. Penso all’esperienza felice e significativa dei corridoi umanitari e alla ricerca possibile e doverosa di vie legali in ciascun Paese dell’Unione europea. Salvezza di chi profugo non è dalla disumanità e dalla follia di falsi profeti – ammonisce – che invitano a considerare il fratello ferito come un pericolo, la donna in fuga come portatrice di altre calamità, il bambino senza più casa come un pericoloso invasore».

Le sue parole risuonano nella basilica affollata da centinaia di persone, immigrati, profughi, italiani. Gremita da chi ha perso parenti e amici durante i “viaggi della speranza” verso l’Europa. «Molti, innanzi ai terremoti della storia, invocano salvezza solo per sé, invitano a chiudere le porte», dice Gnavi. «Ma la salvezza è un orizzonte che ci trova connessi, interdipendenti nell’amore. La disconnessione, nella diffidenza e nella paura, è una grande fragilità ma anche una grande bugia irrealistica, che si nasconde dietro apparente autosufficienza, di confini, di lingua, di cultura».

Infine, il richiamo agli insegnamenti di Papa Francesco, e il riferimento alla legge in discussione sullo “ius soli”. «La Chiesa e le Chiese qui rappresentante – dichiara il parroco di Santa Maria in Trastevere –, noi tutti, saggiamente, sosteniamo il diritto dei piccoli nati in Italia a riconoscere loro questa identità, fatta di cultura, di legami, di patria acquisita, di futuro». Altri momenti di preghiera analoghi si sono svolti e si svolgeranno nei prossimi giorni in altre città italiane ed europee.

23 giugno 2017

Photo: ©santegidionews.it