Una produzione nitida, che non porta a una fredda distanza, ma a un "fuoco", attorno al quale l'artista ci invita di Andrea Monda
Non è facile trovare un poeta, oggigiorno. Claudio Damiani, 50 anni, romano, lo è: merito di una produzione poetica che, come ha detto di recente Davide Rondoni (uno dei pochi altri veri poeti italiani), «è viva. Vivissima. Ultracontemporanea e guizzante tra le insidie e i drammi del nostro tempo come poche altre. Ed è fresca, ragazzina. È in controtendenza alla maggior parte della nostra poesia attuale semplicemente perché la sua storia è - anche se i più non lo colgono - una tremenda, disperante, buissima e quasi bruciante ricerca. Damiani (foto) è uno che si sta giocando la vita (in tutti i sensi) per trovare non un punto di fuga, ma il punto di sostegno, non il punto di armonia astratta, ma l’intreccio nella stiva». Dopo quattro raccolte poetiche iniziate con «Fraturno», circa 20 anni fa, ecco la recentissima produzione, «Accanto al fuoco», edita da Avagliano: cento paginette intense, appunto "vivissime". Il libretto ha una copertina tutta colorata di un giallo quasi fosforescente, che fa pensare alla natura della poesia: essa è qualcosa che "accende" la vita, quella quotidiana, la più trita e dimessa che viene come intensificata dallo sguardo del poeta, fatta splendere e resa universale, immortale. Damiani, ad esempio, ad un certo punto così canta le montagne: «Oggi guardavo le montagne come stavano buone/ zitte e ferme senza dire niente./ Il vento era forte ma per loro era come se non ci fosse» e chiude: «Stavano lì sedute nel loro posto, quiete,/ stavano zitte come per ascoltare meglio/ qualcosa che noi non sentivamo». C’è, forse qui più che in precedenza, una trama religiosa che corre sotto e attraverso i versi del poeta, che arriva ad affermare: «C’è qualcosa, sì, che non vediamo,/ ma sta ferma e respira/ come un animale che dorme./ C’è qualcosa che sta immobile/ al di là del visibile,/ che non vediamo ma sentiamo». La lingua di Damiani è nitida, precisa, ma tutto questo non porta ad una fredda distanza, quanto al contrario ad un "fuoco", attorno al quale il poeta ci invita perché la vita è questo (come s’intuisce leggendo «Amore mio, ti prendo in braccio» una delle liriche più struggenti): rispondere ad una chiamata e raccontare la propria storia.
«Attorno al fuoco», di Claudio Damiani, Avagliano editore, euro 10, pp.100
4 maggio 2006