
L'animazione accanto a 60 bambini albanesi, adottati a distanza da famiglie di parrocchie romane di Giulia Rocchi
La mattina passata a giocare a pallavolo o a ruba-bandiera, i pomeriggi spesi davanti al computer a imparare un po’ di informatica. Sarà probabilmente un’estate indimenticabile per una sessantina di bambini albanesi che saranno seguiti e coccolati dai volontari di varie regioni d’Italia. A cominciare la staffetta di solidarietà sono stati i volontari romani, che si sono occupati del campo dal 13 al 25 giugno. Adesso, invece, in Albania c'è un gruppo della Puglia (di Bari e di Margherita di Savoia). Passerà poi il testimone a una squadra di medici, che avrà il compito di fare uno screening sulla salute dei bambini coinvolti nel progetto.
Si tratta di ragazzini dai 6 ai 16 anni, cristiani, sia cattolici che ortodossi, e musulmani. Alcuni di loro vivono a casa con i genitori; una trentina sono orfani, adottati a distanza da famiglie di parrocchie della diocesi di Roma. Dalla capitale sono partiti in nave due catechisti, una ragazza del servizio civile e una novizia. I quattro sono stati ospitati dalla missione delle Suore del Cenacolo domenicano di Kavaye, e si sono occupati dei ragazzini della cittadina e di quelli dei due vicini villaggi di Flake e Karpen. A dare una mano anche una giovane interprete, Valbona Pepi.
A raccontare l’esperienza appena conclusa è Mario Mareri, del Centro oratori romani, coordinatore dell’iniziativa. Sono più di dieci anni che va nel "Paese delle aquile" per occuparsi dei bambini. «Ogni mattina - dice, descrivendo la giornata tipo - andavamo a Flake e lì organizzavamo attività sportive e di gioco con i ragazzi: calcio, hockey su prato, corsa nei sacchi, ruba-bandiera». I volontari hanno addirittura allestito un campo da pallavolo e montato un gazebo di 12 metri (che proviene da un convento della zona vicino alla Batteria Nomentana) per far giocare all’ombra i piccoli amici. «Verso metà mattinata - prosegue Mareri - c’era la pausa per la merenda, per riprendere fiato. E poi ancora a giocare all’aria aperta». Il pomeriggio, invece, era dedicato ad attività «di tipo più culturale», come le chiama il volontario.
In pratica corsi di italiano e soprattutto di informatica, a cui i ragazzi si sono davvero appassionati. «Siamo riusciti a coinvolgere anche un bambino malato di tumore», racconta Mareri. «Adesso stiamo cercando i canali per vedere se è possibile portarlo in Italia per curarlo». Già negli anni scorsi, infatti, alcuni ragazzini con gravi problemi di salute sono stati portati nel nostro Paese grazie all’interessamento dei volontari. Due bambini con problemi agli occhi, che hanno partecipato al campo di maggio scorso, sono stati operati al Policlinico Gemelli; adesso stanno ultimando la convalescenza a Montecompatri. «Sono ospitati dalle suore - spiega Mareri- e noi andiamo a trovarli regolarmente».
Ma l’estate di giochi passerà e a settembre i bambini dovranno tornare tra i banchi. Per questo i volontari hanno portato dall’Italia un pulmino carico di materiale di cancelleria - raccolto grazie a tante, e generose, donazioni - che hanno lasciato alla scuola di Karpen. «C’è davvero bisogno di tutto, lì le scuole sono proprio a pezzi», commenta Angelo Severini, uno dei quattro romani appena tornati dal campo. Inoltre, da quest’anno sono state istituite tre borse di studio per sostenere altrettanti ragazzi meritevoli. I fondi sono stati raccolti dall’oratorio della parrocchia di Sant’Enrico.
2 luglio 2006