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Libri: I classici/ Il potere e la gloria

Un sacerdote e il gusto del paradosso protagonisti nel romanzo scritto dall'inglese Graham Greene nel 1940 di Andrea Monda

“Il potere e la gloria”, scritto dal cattolico inglese Graham Greene nel 1940, a seguito del suo viaggio in Messico, è un libro “sanamente” scandaloso (non a caso all’epoca fu messo all’indice dal Sant’Uffizio): le peripezie di questo prete, di cui l’autore non indica nemmeno il nome, vigliacco e peccatore, possono tranquillamente turbare la coscienza dei cattolici più chiusi e rigidi. Eppure ci troviamo di fronte a uno dei grandi romanzi cattolici del ‘900. Acutamente Charles Moeller, autore di una monumentale opera in cinque volumi su “Cristianesimo e Letteratura”, ha scritto che l’intera opera del romanziere inglese Graham Greene è una glossa alla sentenza evangelica “non giudicare”.

Una letteratura radicata nel cristianesimo ma, se così si può dire, nella sua “versione inglese”, amante cioè dell’umorismo e del paradosso, proprio come (ad esempio) l’opera di Chesterton, scrittore che “entrò” nella vita di Greene fino a condurlo alla conversione. Una letteratura dove la presenza del divino scaturisce da forti contrasti all’interno della dinamica grazia-peccato, e Greene è straordinario nel raccontare il peccato, l’inferno.

Del resto, come annotava puntualmente la scrittrice cattolica americana Flannery O’Connor: «La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate di impolverarvi, non dovreste tentare di scrivere narrativa». Questo perché, sempre a detta della O’Connor «il mistero dell’esistenza è in parte peccato». La definizione che la scrittrice dà dei suoi racconti (storie che parlano «dell’azione che la grazia esercita su un personaggio poco disposto ad assecondarla»; anzi per meglio dire «dell’azione della grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo») è perfettamente applicabile ai romanzi di Greene ed in particolare a “Il potere e la gloria”.

Questo piccolo e meschino prete anonimo, che vive nel Messico degli anni ’20, il Messico della “Cristiada”, la persecuzione feroce contro la chiesa cattolica, è una figura paradigmatica di tutta la vasta opera letteraria di Greene. È un sacerdote corrotto che non solo ha tradito la sua vocazione, ha avuto una figlia da una relazione con una donna, ma continuamente manca alla sua missione: è un vigliacco e fugge di fronte all’incalzare della persecuzione. Ad un certo punto lo scrittore ci dice del suo personaggio, chiuso in un carcere, sicuro che l’indomani sarà condannato a morte: «Egli non era un santo. Nulla era così brutto nella vita come la morte».

Ma la sua fine è, provvidenzialmente, rinviata, il suo viaggio in un Messico infernale continuerà, tra mille fughe e ricadute, conducendolo però, sempre riluttante, ad un vero martirio cristiano (che non è mai desiderato, ma accolto). E, nel momento in cui sta per essere fucilato, così parla al luogotenente, rivoluzionario ateo, che lo ha catturato: «…questa è un’altra differenza tra noi. È inutile che lavoriate per il vostro scopo, a meno che non siate un uomo buono voi stesso. E non ci saranno sempre uomini buoni nel vostro partito. E allora si avrà di nuovo tutta la vecchia fame, le violenze, l’arricchirsi ad ogni costo. Ma il fatto ch’io sia un codardo, e tutto il resto, non ha molta importanza. Posso mettere Dio lo stesso nella bocca di un uomo, e posso dargli il perdono di Dio. Anche se ogni prete della chiesa fosse come me, non ci sarebbe nessuna differenza sotto questo aspetto».

Non può non venire in mente una delle pagine più sublimi di Chesterton: «Quando, in un momento simbolico, stava ponendo le basi della Sua grande società, Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un imbroglione, uno snob, un codardo: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell’Inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza, che furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest’unica cosa, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole».

Il gusto del paradosso di Greene, insieme a un’intelligenza saggia, profonda, e a una straordinaria abilità narrativa, permette a questo grande scrittore di mettere in scena, in tutta la sua complessità, il mistero della Chiesa (il luogo dove l’umano, con tutta la sua fragilità e le sue ombre, si incontra e si sposa con il divino) in modo così efficace come poche volte è accaduto nella letteratura del ‘900.

31 ottobre 2006



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