Un romanzo che aggredisce il percorso umano negli ultimi "diecimila anni". Mettendo al centro la persona e la sua "follia" di Marco Testi
Quando nel 1974 uscì "La storia", Elsa Morante era una scrittrice affermata, anche se la critica era divisa sull’effettivo giudizio da dare alle sue opere, che comunque erano portatrici di un messaggio non facilmente semplificabile. "Menzogna e sortilegio" aveva rappresentato il racconto di una fissazione e di una follia, "Il mondo salvato dai ragazzini" l’utopia di una società naturale e comunitaria, ora "La storia" suscitava ancora una volta reazioni contrastanti, perché ci fu chi non gradì l’infrazione da parte della Morante dei crismi di una certa idea di letteratura, impegnata, propositiva, attenta alla realtà (ammesso e non concesso che si potesse avere una idea unitaria di realtà in pieno Novecento, dopo la nuova fisica quantistica e dopo Bergson). La storia rappresentava per alcuni un completo e orgoglioso andar fuori tempo, con la proposizione prima di tutto di una sorta di romanzo storico contemporaneo, dichiarato fuori moda dalla critica “impegnata”, e poi con il messaggio esplicito che la storia è una rovina, una assoluta sciagura in cui i primi a pagare sono quelli che ne sono apparentemente fuori: i poveri in spirito, i proletari, gli emarginati, i buoni. Alcuni hanno tirato fuori il nome di Dostoevskij, apprezzando soprattutto il coraggio della Morante di andare contro i gusti del tempo e di proporre un romanzo fatto di sentimenti e di sfiducia per la politica: esattamente l’opposto di quello che allora era di moda.
Protagonisti della Storia sono Ida, rimasta vedova e con due figli, l’ultimo dei quali, Giuseppe detto Useppe, nato da un drammatico incontro con un soldato tedesco. Il tempo e lo spazio sono la seconda guerra mondiale e i primi anni di pace nella Roma devastata dai bombardamenti e dalla fame. Ida sopporta pazientemente e con una sorta di ingenua fanciullaggine gli insulti del destino, la miseria, la violenza, ma quando gli moriranno il più grande, Nino, in un conflitto a fuoco con la polizia, e Useppe, di epilessia, la sua unica salvezza sarà una quieta follia: l’opposto della veglia cosciente e razionale proposta dalle ideologie che credono nella possibilità di intervenire e anzi di fare la storia.
Non c’è dunque scampo, in questo romanzo, dalla storia, neanche da quella personale, con la s minuscola, perché il piccolo Useppe, unica compagnia per la mamma, muore non per la violenza degli uomini, ma per malattia. Ecco perché si è fatto il nome dell’autore di "Delitto e castigo": perché apparentemente alcuni personaggi sono consegnati al male assoluto e senza scampo. Qualcuno ha visto infatti in Ida e in Useppe una derivazione degli idioti dostoevskiani, persone cioè incapaci di fare del male anche a discapito della propria personale salvezza. Ma la Morante è la Morante, nel senso che la scrittrice romana è un mondo narrativo a parte, dove i temi della morte e della pazzia si mescolano con quelli dell’utopia e dell’infanzia.
"La storia" ha il coraggio di aggredire il percorso umano negli ultimi “diecimila anni” come cammino di sopraffazione e di violenza, ha la presunzione o l’onestà, a seconda dei punti di vista, di dire chiaramente in anni in cui la parola d’ordine era impegno ideologico, che l’unica cosa che conta è la persona, la sua fantasia, la sua “idiozia”, la sua follia che danno scandalo agli altri uomini perché questi sono abituati a tacere o a mentire, a far finta di credere alla magnifiche e progressive sorti dell’umanità; il fatto che siano potuti accadere macelli come l’olocausto o i campi di Siberia, sembra dire la Morante, rappresenta la negazione che la storia umana abbia un suo ordine e una sua razionalità.
Ecco perché l’uscita del romanzo scatenò reazioni così contrastanti, ed ecco perché poi il nome della Morante raramente è stato ricordato dai media. La Morante ha operato sempre fuori dai riti sociali e salottieri, dalle congreghe di palazzo, ascoltando solo quella voce profonda che di volta in volta le dettava libri che sconvolgevano l’intellighentia di allora con il suo aperto anticonformismo. Eppure è probabilmente se non la più grande una delle più importanti scrittrici italiane del Novecento, capace non di descrivere un’epoca, cosa che non le interessava, ma di sondare le anime alla ricerca della loro autenticità, anche se a costo di risvegliare i fantasmi della follia.
2 maggio 2007