Una famiglia povera, un padre malato di mente, una bambina maltrattata e l’amore, unica salvezza possibile di Marco Testi
La stupenda copertina e il titolo di questo romanzo sono già una presentazione e una prefazione, perché “Il rimedio perfetto” di Lucrezia Lerro è tutto lì, nella solitudine del pulcino abbandonato, e nella prefigurazione dell’unica salvezza possibile, del rimedio per eccellenza, l’amore. Non l’amore folle, non il romantico tendere assoluto verso l’essere amato, non l’attrazione verso la donna-angelo, spesso travestimento di proiezioni e latenze egoistiche, perché qui di romantico o petrarchesco non vi è nulla. “Il rimedio perfetto” è l’amore come affetto, comprensione, accoglienza, soprattutto per i segnati dal destino, per quelli che invece vengono segnati a dito, sopportati ma non invitati nel salotto buono, perché poveri, disgraziati, matti, comunque emarginati. La narrazione fa la sua parte, perché è di una asciuttezza radicale, creata da frasi brevissime e da un linguaggio mimetico, aderente ai personaggi di una saga familiare fatta di alienazione e miseria.
L’amore, sembra dire questo racconto, può molto di più dei prestiti, dei regali, dell’intervento concreto, perché arriva soprattutto alla spasmodica, assorbente sensibilità dei bambini, che lo fiutano e assorbono, come fiutano e assorbono il rifiuto e la violenza psichica. Perché, come dice la voce narrante, «sembra così lontano il tempo che ci ha cambiati e segnati per sempre. E invece quella radice feroce non ci lascerà mai».
“Il rimedio perfetto” è la storia di una famiglia povera, di un padre malato di mente, di una madre che cerca l’amore e trova solo sesso e infine la morte, ma soprattutto è la storia di una dinamica sociale che si ripete ogni giorno infinite volte: la sottile violenza fatta soprattutto sui bambini; di una bambina è la voce che narra questa storia, dalla sua altezza fisica e mentale, dalla sua innocenza aggredita dal perbenismo e dalla paura dei diversi. Gli occhi della bambina registrano le immagini delle porte chiuse, delle proibizioni alle compagne di giochi di frequentarla, delle richieste di pagare i debiti dei genitori, delle più o meno velate accuse di furto.
Ma sarebbe un errore pensare a “Il rimedio perfetto” come a un romanzo realista. Non appartiene a correnti letterarie, non si rifà a nulla, perché esprime se stesso. “Il rimedio perfetto” parla solo attraverso la narrazione pura, presentando la storia così com’è. Sfugge insomma al rischio di gran parte della letteratura d’esordio o quasi, di suggerire i sentimenti del lettore attraverso la presentazione degli effetti, senza invece mostrare le cause. È una storia fatta di negazioni: la bambina non ha compagni di gioco, non ha amore dagli altri, non affetto vero dai genitori, non ha esempi positivi. Solo alla fine, il rimedio appare, e sembra riscattare una storia di mancanze, quella stessa storia che tramuta i bambini in criminali e violenti.
“Il rimedio perfetto”, Lucrezia Lerro, Bompiani, 2007, pagg. 183, 14 euro
8 ottobre 2007