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Lunedì 24 Novembre 2014
Solidarietà: I sorrisi nella favela di Soldoro

La testimonianza del vescovo Enzo Dieci, di ritorno dal Perú. Posta la prima pietra di una nuova chiesa donata dalla diocesi di Roma, a cui presto si affiancherà un ambulatorio dentistico di Giulia Rocchi

Dalle baracche sui colli di sabbia si affacciano le mamme e i bambini. Sui volti i sorrisi stupiti, le mani che battono per la grande occasione. Poco più in basso, al centro della favela di Soldoro, a Lima, capitale del Perú, viene posta la prima pietra della nuova chiesa dedicata a Gesù Risorto. Immagini di una giornata di festa - era il 22 marzo scorso - che riaffiorano alla mente del vescovo ausiliare Enzo Dieci, direttore del Centro missionario diocesano, appena tornato dal suo ottavo viaggio in Sud America. «La diocesi di Roma è da sempre vicina a questa Chiesa sorella - sottolinea il presule -. Il Signore ci chiede di testimoniare il suo amore lì, dove c’è emergenza di evangelizzazione, ma soprattutto emergenza sanitaria e si soffre la fame».

Una situazione drammatica, quella del Perú. Non servono grandi cifre per comprenderla. Bastano le storie che racconta monsignor Dieci. Come quella di Cristina Molinas, 19 anni appena. «L’ho incontrata poco prima di ripartire per Roma, era pallida, stava molto male - ricorda -. Le ho chiesto cosa avesse e lei mi rispose che aveva due tumori al seno, ma che non poteva curarsi perché lì la sanità pubblica è praticamente inesistente, e non aveva i soldi per l’operazione. Immediatamente ci siamo attivati, un diacono l’ha accompagnata da uno specialista. Adesso la ragazza è stata operata e sta bene».

Alla nuova parrocchia si affiancherà, presto, un gabinetto dentistico, che offrirà cure gratuite alla gente di Soldoro. «È un dono del Centro missionario - dice il vescovo -; responsabile dei lavori è il dottor Alberto Casella, che verrà con me a dicembre a Lima per installare alcune attrezzature mediche». La diocesi ha già realizzato una struttura analoga nella zona, precisamente nella favela di Carabayllo, presso l’Hogar de niñas, la casa di accoglienza per bambine e ragazze gestita dalle suore Figlie della Misericordia di San Francesco.

Ogni giorno qualcuno bussa alla porta della casa, cerca rifugio nelle mura accoglienti dell’edificio bianco. È arrivata da poco tempo Irene, 13 anni, occhi vispi e capelli corti. «È la più grande di 4 fratelli, è partita dalla selva con la sorellina Maria - racconta monsignor Dieci -. Il padre si è ammalato, ha dovuto smettere di lavorare. Così la madre le ha mandate all’Hogar perché non aveva più nulla da dare loro da mangiare. Una famiglia divisa a causa della miseria... Una sofferenza incredibile per Irene, tanto che all’inizio era sempre scontrosa, litigava continuamente con le altre ragazze». Poi ha fatto amicizia con Soledad, abbandonata dai genitori quando era piccolissima, cresciuta con le suore della casa di accoglienza. E ora le due sono inseparabili (nella foto).

«Durante il mio ultimo viaggio ho conosciuto anche Carmen, di 10 anni - ricorda il vescovo -, una delle "nuove arrivate" nella struttura. La madre è morta quando la bambina aveva 5 anni, il padre se n’è andato dopo averla affidata a una zia. Ma dopo qualche tempo anche la donna l’ha abbandonata. Carmen ha vissuto in mezzo alla strada, quando è arrivata a Carabayllo era coperta di pochi stracci. Non sapeva neppure mangiare con le posate, si vede che nessuno si è mai occupato di lei». Adesso la piccola è irriconoscibile. Sorride e gioca con le compagne, indosso un paio di jeans ricamati e una maglietta colorata. «Ha ritrovato la speranza - commenta monsignor Dieci -. Carmen e le altre all’Hogar imparano quanto Gesù le ama. E l’amore riesce a cambiare le loro vite».

14 aprile 2009



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