L'arcivescovo Giuseppe Molinari invita la gente d'Abruzzo a non perdersi d'animo e ad «aprirsi al prossimo come occasione di reciproca vicinanza» di Emilio Fabio Torsello
La corona di persone gli si fa intorno non appena è finita la celebrazione. Monsignor Giuseppe Molinari, arcivescovo dell’Aquila, è un punto di riferimento per quanti vivono nelle tendopoli. Per ascoltare la sua omelia, a un mese dal terremoto del 6 aprile scorso, sono giunte a Piazza d’Armi dai campi circostanti oltre un centinaio di persone.
Monsignor Molinari, lei ha parlato dell’urgenza della ricostruzione. Non teme che, come è accaduto altre volte nella storia del nostro Paese, ci possano essere ritardi, anche di diversi anni, prima che i terremotati possano far rientro nelle loro case?
Il Commissario straordinario, Guido Bertolaso, mi ha assicurato che i primi nuclei abitativi arriveranno a breve. Dovranno però essere migliori di quelli costruiti per gli sfollati del Friuli. Bisogna inviare all’Aquila strutture durature. D’altronde, oggi abbiamo le tecnologie per dare a questa gente abitazioni dignitose. Gli aquilani sono chiamati però alla speranza e alla concretezza: ci vorrà tempo prima di poter dire completata la ricostruzione, pretendere tutto e subito è irreale.
Davanti a una tragedia di simili proporzioni, quali sono state le maggiori difficoltà in termini di pastorale?
Molte persone stanno elaborando solo adesso la gravità del dramma che le ha colpite e ci sono famiglie difficili da avvicinare proprio per il dolore che stanno vivendo. Il messaggio che vorrei inviare loro è di non perdere la speranza e di aprirsi al prossimo come occasione di reciproca vicinanza.
Quando c’è stata la prima forte scossa, lei dove si trovava?
Fortunatamente non ero nel mio letto. A causa di un dolore al petto, infatti, mi ero alzato alcuni minuti prima ed ero andato in cucina per prendere un medicinale che mi alleviasse il fastidio. Proprio in quei minuti la scossa ha fatto crollare tutta la parte superiore della mia stanza. Ricordo ancora che le suore erano venute a cercarmi in camera e mi chiamavano, ma io non rispondevo perché non ero lì. A tutto questo bisogna aggiungere che le macerie avevano bloccato quasi tutte le porte e per uscire abbiamo dovuto scavare a mani nude. Sono convinto di essermi salvato per grazia di Dio: se non mi fossi alzato dal letto, adesso non sarei qui a raccontare la mia vicenda.
8 maggio 2009