Dopo i casi di cronaca, luci puntate sulla quotidianità dei detenuti: i nodi sono sovraffollamento e mancanza di risorse di Antonella Gaetani
Nelle carceri laziali i detenuti sono 5.882. Un numero considerevole dietro il quale si nascondono storie di solitudine e di dolore. I casi sotto i riflettori della cronaca ne sono solo la testimonianza più visibile. «Uno dei problemi più seri è il sovraffollamento - dice Angiolo Marroni, garante dei detenuti della Regione Lazio - e ci sono situazioni molto pesanti. L’unico carcere nel Lazio che vive una situazione del tutto particolare è quello di Rieti perché ha 44 detenuti anche se ne può contenere più di 250. È una struttura nuova e collaudata, ma manca il personale affinché possa funzionare a pieno regime. Per questo è necessario accompagnare l’apertura delle carceri ad una adeguata copertura finanziaria». Per il garante dei detenuti una delle cose più importanti «è che la società esterna entri in carcere attraverso i volontari e persone che lavorano in strutture di controllo».
«I volontari sono occhi che guardano e favoriscono un’attenzione delle istituzioni». A parlare è Daniela De Robert, che dal 1985 fa volontariato in carcere e ora con l’associazione Vic, un gruppo di Volontari della Caritas diocesana di Roma con l’obiettivo di favorire il reinserimento sociale delle persone detenute nei quattro istituti penitenziari di Rebibbia. «Noi - continua Daniela - segnaliamo le situazioni che ci appaiono poco chiare. Ogni giorno molti escono dal carcere senza aver trovato risposte. Si parla di carcere solo se succede qualcosa di eclatante, ma c’è una quotidianità che va raccontata. Tanto per fare un esempio, in queste strutture c’è una grande povertà di cui non si parla. La nostra presenza è anche di assistenza: tra le attività, infatti, portiamo anche il vestiario. Molti entrati in estate si trovano con i pantaloncini corti anche in inverno. Ma il nostro servizio non si limita solo a dare vestiti. Vestire gli ignudi significa dare a queste persone un minimo di dignità».
Un dato che va sottolineato è che sono in continuo aumento i poveri che entrano in carcere e le categorie disagiate che faticano a vivere. «È - sottolinea De Robert - un continuo attraversare la porta girevole del carcere, si entra e si esce dalla struttura. È una sorta di ergastolo bianco». Attraverso i colloqui si cerca di aiutare il detenuto «ad una riconciliazione con se stesso, poi con le famiglie, e infine con la società, il che significa, alcune volte, riconciliarsi anche con le vittime. Bisogna dimostrare che esiste un modo diverso di esistere non solo legato ai soldi e ai beni materiali». Inoltre «cerchiamo di aiutare i detenuti a superare il trauma del distacco che si vive quando si entra in carcere, ma anche quando si esce, perché quando si aprono le porte del carcere, i detenuti sono disorientati e impauriti dal mondo esterno. Del resto quando si lasciano le impronte digitali si perde anche la propria identità, si sfalda la storia personale e resta la disperazione».
«Infatti il carcere ha uno stile di vita esasperante - sottolinea don Sandro Spriano, cappellano di Rebibbia -, la quotidianità è grigia e nera. Ed è questo stile di vita che mi impressiona molto perché non c’è possibilità di recupero. Mancano le risorse finanziarie per far in modo che la pena non sia solo afflittiva, ma apra un percorso che porti al recupero della persona. Spesso in carcere arrivano persone escluse dalla società e allora questa struttura diventa un manicomio per i malati psichiatrici, un asilo per chi si rifiuta di crescere, o un ospedale per chi è malato. È un parcheggio in cui le persone sono abbandonate a loro stesse». Alcuni vogliono cambiare vita, altri non ci pensano proprio, mentre alcuni non vedono alcuna speranza per il futuro. «Io cerco di entrare in punta di piedi nella loro vita - dice don Spriano -, spesso sono persone che vengono da situazioni molto difficili. C’è un’alta percentuale di immigrati e tra loro c’è chi è fuggito da situazioni di guerra e di estrema difficoltà. Il carcere diventa così il luogo dove si è bisognosi di tutto sia da un punto di vista materiale che educativo».
9 novembre 2009