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Musica: Paola Turci canta l'amore

Intervista alla cantante romana parteciperà a un concerto benefico insieme con Fiorella Mannoia e Noemi. Il nuovo album "Attraversami il cuore" di Concita De Simone

Domenica 20 dicembre, a partire dalle 19, il Brancaleone (via Levanna n.13, Roma) ospiterà il Watoto Festival, una lunga serata di beneficenza in favore dei bambini del Kenya cui parteciperanno, tra gli altri, Fiorella Mannoia, Paola Turci e Noemi, che hanno deciso di esibirsi gratuitamente alla serata–evento per dare il loro contributo all’orfanotrofio “God our father for needy children” (situato in Watamu, sulla costa del Kenya a 25 km da Malindi), cui andrà l’intero incasso della serata.

Paola Turci non è nuova a queste cause. “Bambini”, struggente denuncia sui piccoli coinvolti nelle guerre, la canzone con cui nel 1989 vinse tra le Nuove Proposte a Sanremo, era solo l’inizio. Negli anni, l’artista romana è stata in Vietnam, ad Haiti, ha aderito a una fondazione che opera in America Latina e nei Paesi del Terzo Mondo, fino ad aggiudicarsi il Premio Amnesty Italia nel 2005 con il brano “Rwanda”, dedicato alla tragedia della guerra nel medesimo Paese africano.

Nel suo ultimo lavoro discografico, uscito lo scorso ottobre, ha riportato al centro di tutto l’amore, tema finora trattato solo marginalmente nella scrittura dei suoi testi. «Le parole non possono spiegare»: il senso dell’amore non si riesce a tradurre in parole, l’amore si vede, si sente, perché ci “attraversa”. Così la Turci spiega “Attraversami il cuore”, la canzone che dà il titolo all’album, parte di un progetto che prevede tre dischi e tre libri (il primo è già uscito, scritto a quattro mani con la giornalista Eugenia Romanelli, “Con te accanto”). L’avvicinarsi a un tema così diffuso e così complesso al tempo stesso è stato un lento cammino iniziato quando ha conosciuto canzoni come “Paloma negra” di Chavela Vargas e “Dio come ti amo” di Modugno.

Significativo poi l’incontro con Marcello Murru, con cui Paola ha scritto “Attraversami il cuore”. Testi d’amore, come l’amore rinnovato per la vita. Paola Turci è infatti stata protagonista, nel 1993, di un drammatico incidente d’auto sulla Salerno-Reggio Calabria, dal quale è uscita con un lato del volto sfigurato, a cui sono seguite 23 operazioni e tanta disperazione. Ma con il tempo Paola ha ripreso a cantare e suonare e, soprattutto, ad amare la vita e le piccole cose.

L’amore è stato talmente banalizzato in certe canzoni, che oggi si ha quasi timore a parlarne nel senso più puro.
Questo disco è sull’amore che sorride, non quello delle lacrime. Per me è una novità. Avevo scritto canzoni dolorose, con l’amore che scaturiva in rabbia o in atteggiamenti mortiferi. Invece qui c’è un amore cosmico che non guarda soltanto verso un orizzonte, ma a 360 gradi, abbraccia ogni espressione.

Come proseguirà la triade di album e libri che hai previsto?
Ho scelto tre temi, tre argomenti. Il secondo sarà sul “mondo che vorrei”, raccontato con libertà di espressione e di pensiero, un libero sfogo che lascia spazio all’indignazione, ma anche all’amore verso il mondo e la vita. Il terzo sarà un disco declinato al femminile, raccontato e immaginato da donne, scritto da cantautrici.

Parafrasando una tua nuova canzone, “Intanto mi sorprendo”, tu oggi per cosa ti sorprendi?
Penso all’attualità, al momento storico e politico ed è inquietante e mi sorprende il fatto di esserci abituata. Stiamo capitolando, stiamo sprofondando in modo costante e inesorabile. Cerco di oppormi in modo pacifico, di dissentire, anche se non credo in nessun tipo di aggressività, né fisica, né verbale o psicologica. In positivo, mi sorprende la semplicità delle cose. “Mi sorprendo di un cielo azzurro”, dico nella canzone. Mi è successo anche qualche giorno fa, mentre ero in un albergo in Toscana. Una notte non riuscivo a dormire, mi sono affacciata alla finestra e ho visto il cielo pieno di stelle e una stella cadente, cosa che d’inverno non mi era mai successa. Ho avuto un moto di stupore fanciullesco. Ecco, mi sorprende accorgermi dell’essenziale. È una cosa che si impara ammorbidendo il cuore. Sono diventata più sensibile anche grazie ai quattro nipoti che sono nati nella mia famiglia nel giro di 8 anni. Queste nascite mi hanno reso più vicina alle cose più normali e semplici, ai rapporti umani.

In questo ti ha aiutata anche la fede?
Non amo parlare di questo discorso perché è una questione delicata. È una mia ricerca privata, personale, un cammino, un desiderio di approfondimento. La fede è un dono che ricevi, non è una scelta, come magari decidere di comprarsi un libro. Provo smarrimento davanti alle esibizioni della fede. Certo, significativo è stato un viaggio a Lourdes di qualche anno fa, ma mi sento ancora in cammino.

Come è nata l’adesione alla serata di beneficenza del 20 dicembre?
Il 12 settembre ero a Firenze per festeggiare i 15 anni di Emergency e c’era anche Fiorella Mannoia che doveva cantare, così mi sono offerta di accompagnarla con la chitarra. Abbiamo eseguito “La storia” di De Gregori e “Quello che le donne non dicono”. La cosa ci è piaciuta e ci eravamo ripromesse di rifarlo. È stata lei a chiamarmi per questa serata organizzata da due amiche di Noemi, che è stata la prima ad aderire. Non amo la pietà manifesta, la “beneficenza pelosa”. È stato un passaparola tra amiche, ma il mio impegno è sincero.

18 dicembre 2009



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