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Classica e Opera: Il Falstaff di Zeffirelli inaugura la stagione del Teatro dell'Opera

Tutto esaurito per l'ultima opera di Giuseppe Verdi. I costumi di Maurizio Millenotti. Sul podio il direttore israeliano Asher Fisch di Francesco d'Alfonso

«Voi nel tracciare Falstaff avete mai pensato alla cifra enorme de’ miei anni?». È con queste parole che, nell’estate del 1889, inizia un intrigante e serrato scambio epistolare tra l’ottantenne Giuseppe Verdi e Arrigo Boito, impegnati nell’impresa estrema di costruire una nuova opera tratta da Shakespeare, finemente incrociata tra “Le allegre comari di Windsor” e “Enrico IV”. Con lo spirito del musicista maturo, amato e idolatrato da tutti – al punto che, ancora in vita, nell’atrio del Teatro alla Scala viene posta la sua statua –, Verdi decide di saldare un debito con se stesso e di avere una rivincita sul pubblico: scrive un’opera buffa, cinquant’anni dopo il non fortunato esordio con questo genere, che ha per protagonista sir John Falstaff, cavaliere grasso e vecchio corteggiatore di allegre comari.

“Falstaff”, ultima opera di Giuseppe Verdi, ha inaugurato la stagione 2010 del Teatro dell’Opera di Roma, nel celebre allestimento di Franco Zeffirelli (già portato in scena nel 1963, 1965, 1966 e 1974) che ne ha curato regia e scene, affiancato dal costumista Maurizio Millenotti, già candidato agli Oscar proprio per due film del maestro (“Otello” e “Amleto”). Sul podio Asher Fisch, direttore israeliano tra i più stimati del panorama internazionale. La stagione operistica romana continuerà poi con un cartellone in cui sarà protagonista il grande repertorio italiano, da Verdi a Boito, da Puccini a Donizetti a Cilea, con produzioni, in vari casi, assenti da Roma da decenni. Molto attesa la “Tosca” ad aprile, con un allestimento che ricostruisce quello originale della prima esecuzione del 1900.

Uno spettacolo fastoso il “Falstaff” inaugurale, che ricostruisce minuziosamente gli ambienti quattrocenteschi descritti nel libretto: l’Osteria della Giarrettiera, casa Ford e il parco di Windsor, quest’ultimo animato dalla magia di personaggi fiabeschi. In questo suggestivo scenario, scorre la musica di Verdi, fresca e moderna, dalla strumentazione complessa, in cui il melodismo diventa frammentazione, in cui l’autore evita i “pezzi chiusi” e gioca sull’autocitazione. Verdi stesso, in una lettera a Gino Monaldi (1890) scrive: «Io mi diverto a farne la musica; (…) Ripeto: mi diverto…Falstaff è un tristo che commette ogni sorta di cattive azioni…ma sotto forma divertente. E’ un tipo! Son sì rari i tipi!». Il baritono Ruggero Raimondi incarna perfettamente il ruolo-titolo, disegnando un personaggio forse invecchiato, ma sempre capace di sedurre, tratteggiandolo con una interpretazione istrionica, ma misurata, che il pubblico ha ampiamente apprezzato. (Spettacolo visto il 31 gennaio 2010).

Di buon livello tutta la compagnia di canto: dall’appropriato quartetto di comari (Serena Farnocchia – Alice; Elisabetta Fiorillo – Quickly; Gladys Rossi – Nannetta; Francesca Franci – Meg), vocalmente gradevole e fisicamente pertinente, ai personaggi maschili, tra i quali spiccano Luca Salsi, credibile Ford, e Leonardo Caimi, Fenton dall’elegante timbro tenorile. Ben completavano il cast Mario Bolognesi (Dottor Cajus), Patrizio Saudelli (Bardolfo), Carlo Di Cristoforo (Pistola). Buona la prova del Coro del Teatro dell’Opera, istruito da Andrea Giorgi, e degli allievi della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma, che hanno ballato sulla coreografia di Carla Fracci. Il pubblico, che ha riempito tutto il Teatro anche per l’ultima recita dello spettacolo inaugurale (31 gennaio), ha tributato un caloroso successo per tutti gli interpreti e per il direttore.

Così l’opera dell’ultimo Verdi trionfa ancora, suscitando sorrisi e profonde riflessioni. In effetti «Verdi non aveva scritto un’opera buffa, ma un’opera seria rovesciata» (L. Arruga): l’ottantenne compositore, dopo una vita dedicata al melodramma, chiude la sua carriera sorridendo sornione sull’Arte e sull’Uomo. E il suo “Falstaff” si conclude con una fuga buffa a dieci voci in cui tutti i personaggi dell’opera cantano: «Tutto nel mondo è burla./ L’uomo è nato burlone,/ la fede in cor gli ciurla, /gli ciurla la ragione».

Il sorriso sigilla il testamento artistico del Cigno di Busseto, il sorriso malinconico di chi è ormai alla fine dei suoi giorni, il sorriso di chi guarda meditabondo la fin de siècle, dell’Ottocento, attraversato dagli impeti risorgimentali e dalle passioni romantiche e che anticipa le problematiche esistenziali del secolo alle porte.

5 febbraio 2010



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