Le celebrazioni promosse dalla diocesi di Roma in ricordo del sacerdote fidei donum ucciso il 5 febbraio del 2006 a Trabzon, in Turchia di Ilaria Sarra
Una fiamma ardente, che ha illuminato il dialogo fra cristiani ebrei e musulmani. Un martire, che con il suo sacrificio ci ha permesso di guardare, con uno sguardo nuovo, la realtà del Medio Oriente. Così è stato definito don Andrea Santoro, sacerdote fidei donum ucciso a Trabzon, in Turchia, il 5 febbraio del 2006. Nel quarto anniversario della sua scomparsa la diocesi di Roma ha organizzato due momenti di preghiera: il 4 febbraio nella parrocchia dei Santi Fabiano e Venanzio (di cui don Santoro fu parroco fino al 2000), una veglia guidata dal vescovo Giuseppe Marciante, ausiliare del settore Est; il giorno successivo una Messa a Gesù di Nazareth (che fu guidata dal sacerdote assassinato dal 1981 al 1993), presieduta dal vescovo Guerino Di Tora, ausiliare per il settore Nord.
Monsignor Marciante ha parlato del martirio di don Santoro ricordando quello di Sant’Agata, che nel calendario cristiano si festeggia, appunto, il 4 febbraio: «C’è un forte legame tra il sacrificio di Cristo e quello dei martiri – ha detto –. Don Andrea, come Abramo, ha sentito una chiamata; era animato da un fuoco interiore: la Parola di Dio vissuta nella Terra del Signore». Il sacerdote ha poi ricordato il periodo in cui conobbe don Santoro, quando quest’ultimo aveva chiesto all’allora cardinale vicario Camillo Ruini, di poter trascorrere un anno in Terra Santa. «Era un sogno, questo – ha sottolineato il vescovo – che nutriva da tanti anni. Don Andrea era un uomo caparbio, nel senso che andava fino in fondo per realizzare i suoi sogni e in lui ho sempre ammirato la capacità di coinvolgere le varie comunità che ha guidato nel corso degli anni, in ogni iniziativa o evento. Presentava in sé sia i tratti del missionario che quelli dell’eremita e coltivava un desiderio molto forte di tornare in quelle Terre dove il cristianesimo era nato, ma dove di cristiani ce n’erano pochissimi». E ha poi aggiunto: «Don Andrea sapeva che la sua presenza in Turchia doveva aprire un dialogo con il mondo musulmano e desiderava, in questo, coinvolgere tutta la comunità diocesana». Monsignor Marciante ha quindi spronato i fedeli a raccogliere l’eredità di don Andrea, «per accendere tante luci nel Medio Oriente».
Ci prova l’associazione “Finestra per il Medio Oriente”, fondata dal sacerdote assassinato quattro anni fa. «Un aspetto che ritengo importante sottolineare – ha detto Giulia Pezone dell’associazione – è la volontà ferma di don Andrea, a cui è rimasto fedele fino all’ultimo, di essere fidei donum della diocesi di Roma per la diocesi di Anatolia, essere cioè presenza cristiana per quella terra di Turchia e contemporaneamente per la sua Chiesa di provenienza, che ha bisogno della testimonianza e della spiritualità di quelle terre. Non ha mai smesso di coinvolgere quanti lo seguivano in questa chiamata. Non si è mai stancato di invitare le persone ad andare, per periodi brevi ma non solo. Infatti alcuni di noi hanno concretamente condiviso questa sua esperienza e oggi soffriamo di non essere stabilmente presenti in Turchia».
Di don Andrea come profeta ha parlato anche il vescovo Di Tora durante l’omelia della Messa del 5 febbraio. Il vescovo ausiliare del settore Nord era stato amico di don Santoro; ha ripercorso i tanti momenti vissuti insieme e la perseveranza di don Andrea di portare avanti un dialogo tra le tre religioni monoteiste. «Fondava la sua spiritualità sulla Bibbia – ha sottolineato – e tutto quello che operava trovava origine nella Parola di Dio. Andrea ha iniziato il suo itinerario da dove era partito anche Abramo, dai luoghi storici dove Dio è diventato uomo. Le prime chiese cristiane sorgevano proprio in Turchia e lui lì ritrovava un passato importante e lavorava in silenzio e umilmente. Alcuni sacerdoti romani non capivano questa sua missione, ma lui è rimasto sempre fedele alla sua chiamata, e questa sua fedeltà deve essere sprone alla nostra. La finestra che lui ha aperto deve rimanere fonte di dialogo e conoscenza».
Proprio come lo stesso don Santoro amava ripetere: «Questa “Finestra per il Medio Oriente” è una finestra a due maniglie, una di qua (Turchia) e una di là (l’Italia), che deve essere aperta in entrambe le direzioni per permettere un reale scambio di doni spirituali».
8 febbraio 2010