L'ultimo libro di Erri De Luca racconta del rapporto tra un cacciatore di frodo e il re dei camosci, la preda più ambita di Marco Testi
È difficile parlare dell’ultimo libro di Erri De Luca, “Il peso della farfalla”, perché in esso si nasconde qualcosa di inesprimibile, che rivela la sostanza opaca di cui sono fatte le parole umane, l’incapacità di sfuggire alla gravità negativa del discorso che trascina altrove ogni senso profondo. Non resterebbe che la resa al silenzio. Ammesso e non concesso che il silenzio stesso non abbia orecchie e una sua propria lingua. Questo breve racconto propone una possibilità di scioglimento dell’enigma, vale a dire l’accettazione dell’ombra delle parole ma anche la proposizione di un’altra comunicazione, fatta di cose, di muschio, di foglie.
In questo libro, l’oggetto della narrazione e il linguaggio si contaminano in modo tale da presentare uno scenario in cui la molteplicità penetra nell’essenza e viceversa, fino ad informare di sé tutto, personaggi compresi. Il cacciatore diviene tutt’uno con la preda, e la vittoria non è altro che l’intuizione dell’apparenza di ogni movimento: «La più aspettata vittoria era gemella uguale di una sconfitta mai conosciuta prima», come nel pensiero zen. Ma De Luca è scrittore smaliziato: qui non vi è traduzione narrativa di discipline orientali, ma richiamo del Tutto e del suo creatore.
Il protagonista caccia di frodo, ma sa che tutto ciò che ha intorno «non era roba sua. Era da restituire, sgualcita dopo averla usata. Che creditore di manica larga era quello che gliela aveva prestata fresca e se la riprendeva usata, da buttare». La preda è il re dei camosci, parte di quel tutto cui il cacciatore sa di appartenere: vive da solo in montagna, non ricerca l’affetto della donna, caccia in zone che gli altri possono solo sognare di raggiungere. Ambedue, preda e bracconiere, sentono di essere parte della grande madre e figli del Capomastro nascosto, e guardano il creato con i suoi occhi, dal livello della terra e delle sue creature. Il cacciatore rifugge il pensiero, l’animale sente dentro ciò che accade è ciò che è. Sono due facce della stessa medaglia, emblemi della circolarità della vita.
Pochi scrittori hanno saputo mettersi dalla parte delle cose, penetrando nel mondo attraverso il punto di vista delle creature senza voce, dagli animali agli alberi, si contano sulle dita di una sola mano: Morante, Tozzi, Savinio, Landolfi, per restare in Italia. “Il peso della farfalla” è un racconto di religiosità talmente radicale che può essere scambiato per registrazione della abissale indifferenza delle cose, mentre in realtà spinge oltre le frontiere della ricerca, verso i deserti, verso le alture inaccessibili, dove i mistici cercano i segni del Numinoso. Scava dentro il cuore del mondo intuendone l’enigma e l’impossibilità di dirlo se non attraverso la personale esperienza. La natura, nella sua essenza progettuale, è il centro reale del discorso, perché è lei a dettare il senso di questa favola così antica e così, ancora oggi, affascinante.
“Il peso della farfalla” di Erri De Luca, Feltrinelli, pp. 70, euro 7,50.
8 febbraio 2010