In sala la versione cinematografica del romanzo di Lewis Carrol firmata da Tim Burton. Un universo visionario, incontri con matti e la magia del 3D di Massimo Giraldi
Arriva in sala “Alice in Wonderland”, versione cinematografica di Tim Burton, del famosissimo romanzo. L’opera letteraria fu pubblicata per la prima volta a Londra nel 1865, scritta dal matematico reverendo inglese Charles Lutwidge Dodgson e firmata con lo pseudonimo di Lewis Carroll.
Burton è regista da sempre attratto dal genere fantastico (“Edward mani di forbice”, “Big Fish”, “La fabbrica di cioccolato”…) e certo in questa favola ha ritrovato molte delle sue suggestioni, e ossessioni. Non ha fatto però solo questo. Cedendo alla moda del momento, ha girato il film in 3D, la nuova (ma non tanto) frontiera della visione cinematografica. Dovrebbe derivarne una sorta di «magia» visiva e Burton ha detto che ha voluto «salvaguardare l’aspetto umano».
Tuttavia qui Alice ha 19 anni, e quindi la simbologia si sposta sul profilo delle ragazze più grandi, «un’età da subbuglio, di continua trasformazione». Così il tratto più forte del racconto - la formazione, la crescita, la consapevolezza di sé - svaria lungo deviazioni, strade laterali, incontri con matti, e dropout di vario genere, costruendo un universo visionario di forte fascino eppure non esente da qualche meccanicismo e artificio. Grande spettacolo con piccoli rischi di ripetizione.
8 marzo 2010