Si è chiusa la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione di padre Fernández Echeverría, sacerdote dell’ordine degli Agostiniani Recolletti di Claudio Tanturri
«Se non sono santo, per cosa voglio la vita?». Questo il motto che accompagnò tutta l’esistenza di padre Jenaro Fernández Echeverría. «Un sacerdote spagnolo che testimoniò la fede, la speranza e la carità nella nostra città. Un modello da imitare nel cammino della fede cristiana», lo ha definito il cardinale vicario Agostino Vallini che, venerdì 25, ne ha presieduto la chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione. La cerimonia si è svolta nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Lateranense di fronte a rappresentanti dell’ordine degli Agostiniani Recolletti di cui padre Jenaro, morto nel 1972 a seguito di una grave incidente stradale, faceva parte. Tra loro il priore generale, padre Javier Guerra Ayala, e il postulatore della causa, padre Samson S. Sillariquez; presenti anche i familiari del servo di Dio e i membri del Tribunale diocesano di Roma, rappresentato dal vicario giudiziale, monsignor Gianfranco Bella, insieme ad alcuni officiali.
Nato nel 1909 in Navarra, non ancora quattordicenne entrò nel seminario degli Agostiniani Recolletti. Compiuti in patria gli studi filosofici e teologici, nel 1931, fu mandato a Roma per la specializzazione in Dritto Canonico all’Università Gregoriana. Nel 1935 ottenne la licenza e tre anni più tardi difese brillantemente la tesi di laurea, che fu anche premiata con la medaglia d’oro dell’Università. Così i suoi superiori decisero di lasciarlo a Roma perché si dedicasse ancora agli studi e alla ricerca, al fine di portare a termine la compilazione del Bullarium dell’Ordine, attesa da decenni. Padre Jenaro si impegnò totalmente in questo ufficio che lo condusse negli archivi e nelle biblioteche di Roma, Madrid, Siviglia.
«Tuttavia gli studi non furono tutto per lui - ha evidenziato il cardinale Vallini - perché il suo cuore sacerdotale lo spingeva a esercitare il ministero pastorale prodigandosi al bene degli abitanti di Roma». Doti intellettuali e profonda spiritualità le sue, tanto che molto presto la congregazione e gli organismi della Santa Sede ne richiesero la collaborazione particolarmente a favore della federazione delle monache di clausura. Nel 1960, poi, il beato Giovanni XXII lo volle consultore della commissione dei vescovi per il Concilio Vaticano II e due anni più tardi lo nominò perito del Concilio. «Nella vita - ha ricordato il cardinale Vallini tracciandone un breve profilo biografico - padre Jenaro avvertiva profondamente la chiamata alla santità, che sempre considerò la meta ultima a cui tendere, consapevole che la sua vocazione sarebbe rimasta incompiuta se non l’avesse raggiunta». Inoltre, ha aggiunto il porporato, «comprese che il sacerdozio non consiste tanto in un continuo "fare", agire, compiere azioni, quanto "essere" in Cristo e vivere e operare per Lui».
«Artefice, testimone ed educatore di carità - ha quindi affermato -, era assiduo al confessionale; come Buon Samaritano dedicava del tempo a visitare i malati nelle case e negli ospedali e non esitò mai ad aiutare i bisognosi che ricorrevano a lui per ricevere un aiuto». A tale proposito il cardinale ha ricordato il suo impegno «nel campo profughi "Buozzi", sulla riva destra del Tevere, fino alla metà degli anni ’60, epoca in cui venne smantellato». Sempre in quegli anni «diede inizio anche alla cosiddetta "busta del povero" a favore di tutti i bisognosi di Roma». Tra le altre iniziative di cui si fece promotore è importante ricordare la fondazione, nel 1952, di uno dei primi presidia della Legione di Maria, come pure, nel 1959, del presidium Stella Maris, tutt’ora esistente.
2 luglio 2010