RomaSette
Martedì 02 Settembre 2014
In città: La lotta alla pedofilia al tempo dei social network

Ogni giorno navigano in rete 44 milioni di bambini. E 1 su 4 riceve proposte sessuali. Il convegno organizzato dall'associazione Giovanna d'Arco: occorre trasmettere valori e modelli di vita credibili di Mariaelena Finessi

È difficile stabilire con esattezza quanti siano gli abusi sessuali sui minori perpetrati in Italia, perché in almeno il 70% dei casi le vittime hanno paura di denunciare quanto hanno subito. «Abbiamo così solo un dato parziale», spiegano i volontari dell'associazione Giovanna d'Arco in occasione del convegno internazionale "Pedofilia: come affrontarla?", organizzato dalla stessa onlus a Roma il 16 novembre scorso.

«Dal 2008 al 2010, ufficialmente sono stati registrati 570 casi di violenza, cioè una media di 191 casi l’anno. La maggior parte dei quali riguarda episodi di pedofilia». Le vittime perlopiù sono bambine (68,4%) e con un'età inferiore agli 11 anni (55,8%). «Rispetto agli altri Paesi europei, il nostro mostra percentuali molto basse di queste violenze ma c'è da sottolineare che l’omertà familiare gioca un ruolo decisivo nell'ostacolare le statistiche del crimine».

Il risultato è che «purtroppo conosciamo soltanto la punta dell'iceberg del fenomeno - sottolinea Maria Pia Capozza, presidente dell'associazione romana -. Siamo di fronte a un problema di tipo culturale più che normativo e quando il dramma viene alla luce spesso è tardi perché a denunciare l'abuso il più delle volte è l'individuo adulto che ha subito cose indicibili in passato e che solo dopo anni trova il coraggio di reagire, quando il reato è ormai prescritto».

Sul piano repressivo, invece, si continuano a fare tanti passi in avanti, l'ultimo dei quali con la definizione della Convenzione di Lanzarote, entrata in vigore in Italia il 23 ottobre scorso. Ad illustrarne il contenuto interviene Vincenzo Geraci: «La novità principale - sottolinea il Sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione di Roma - riguarda l'introduzione di due nuovi reati: l'istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia e l'adescamento di minorenni, detto anche "grooming". Il primo prevede la reclusione fino a 5 anni per chiunque e con qualsiasi mezzo, anche il web, istighi il bambino o ragazzo a commettere reati come la prostituzione minorile, per chi detenga materiale pedopornografico, corrompa i minori o eserciti violenza su di essi. Stessa pena per chi faccia apologia di questi reati. Il secondo, che definisce l'adescamento di minore come “qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l'utilizzo della rete internet o di altre reti o mezzi di comunicazione”, prevede la reclusione da uno a 3 anni».

E l'utilizzo di internet da parte dei sex offenders e la frequentazione dei social network da parte dei più giovani rende ancora più gravoso il compito alle polizie di tutto il mondo. Stando alle stime, «ogni giorno 44 milioni di bambini navigano in internet - spiega Capozza - ed un bambino su 4 riceve proposte sessuali, mascherate da sottili adescamenti». A ciò si aggiungono le cifre sui siti pedofili: ne sono stati ipotizzati circa 29mila, spesso mascherati e perciò difficili da individuare. «Il principio della "black list", cioè l'elenco dei siti pedopornografici che viene fornito agli internet service provider perché ne impediscano la navigazione, se fino a qualche tempo fa sembrava un punto d'arrivo - racconta il direttore del Servizio di Polizia postale e delle comunicazioni Antonio Apruzzese -, ora è superato. Ci sono le chat e i social network: i ragazzi creano i primi profili già a 9 anni e vi inseriscono tutta la loro intimità ignorando di poter incorrere in svariati pericoli». Possono cadere nella rete dei pedofili infatti, ma anche diventare bersaglio di “cyberbullismo” o “cyberstalking”.

«L'evoluzione delle nuove tecnologie – è la considerazione di Umberto Rapetto, ex colonnello della Guardia di Finanza che per anni ha diretto il centro telematico delle Fiamme Gialle - richiede certamente un aggiornamento continuo altrimenti non saremo mai al passo con i ragazzini, ormai "digital native", ma ancora più importante è la trasmissione di valori, di modelli di vita e di credibile testimonianza». Valida tanto più se affascinante: «Quando andiamo a parlare nelle scuole - conclude Rapetto - gli studenti mostrano attenzione solo se di fronte hanno un giovane agente, mago però dell'informatica».

19 novembre 2012



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