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Martedì 29 Luglio 2014
Libri: "L'avventura" di Silone e l'attualità

L'ultimo romanzo pubblicato dallo scrittore abruzzese e incentrato sulla figura di Celestino V ripropone la figura del santo caro a Benedetto XVI, che nel 2009 pose il pallio sull'urna che ne conserva le reliquie di Paolo Pegoraro

SECONDO CHIERICO: Il Santo Padre dunque ci abbandona. Com’è possibile? Non è una fuga?
FRA LUDOVICO: No, figlio mio, non è una fuga, è un atto di coraggio, un gesto di lealtà verso se stesso e verso gli altri.
SECONDO CHIERICO: Non è mai accaduto nulla di simile.
FRA LUDOVICO: Non è del tutto esatto. Nella storia della Chiesa, la parola “mai” è fuori luogo. Tutto l’umanamente accadibile, vi è già accaduto. Il solo fatto sovrumano è che essa esista ancora.
SECONDO CHIERICO: C’è una domanda che ho già udita da altri: un eletto dello Spirito Santo può rinunziare al trono? Lo Spirito Santo si era dunque sbagliato?
FRA LUDOVICO: No, Egli è infallibile. E perché non ammettere che anche questa abdicazione sia ora ispirata da Lui?

Sembra un dialogo sul sagrato di piazza San Pietro nei giorni scorsi, invece è stato scritto nel 1968 e si riferisce al 1294, anno della rinuncia di papa Celestino V. A quanti si ostinano a ripetere il ritornello del “gran rifiuto” occorrerebbe ricordare che, mentre non sappiamo dove la giustizia divina abbia collocato Dante Alighieri, la Chiesa cattolica venera da secoli la santità di Celestino V.

Un santo così a cuore a Benedetto XVI che, durante la visita alla basilica del Collemaggio nel 2009, pose il proprio pallio pontificio sull’urna che ne conserva le reliquie. Chissà che cosa avrebbe detto Ignazio Silone, di questi ultimi avvenimenti. Magari avrebbe fatto spallucce, e citato il suo Fra Tommaso: «Non cerchiamo di capire. Il destino di certi santi, da vivi, è tra i misteri più oscuri della Chiesa».

A riprenderlo in mano ora, L’avventura di un povero cristiano - il romanzo Premio Campiello (1968) incentrato sulla figura di Papa Celestino V - sgomenta non poco. Magari perché le attese di rinnovamento ecclesiali e politiche allora così vive vibrano ancora in questi giorni tra post-elezioni e pre-conclave. O forse perché, pure in un momento di assoluta fiducia nelle sorti “magnifiche e progressive”, lo scrittore abruzzese ci consegna pagine che spalancano l’incolmabilità del baratro tra utopia e compromesso. L’intrinseca limitatezza di qualunque istituzione umana giunge a far scolpire allo scrittore abruzzese l’epigrafe delle moderne forme di governo: «L’unico vantaggio di una democrazia basata sul voto individuale è che questo, coscientemente usato, può consentire anche ai più poveri l’accesso a una camorra».

Le proprie “grandi speranze”, nel 1968, Ignazio Silone le ha già riposte. L’avventura di un povero cristiano sarà l’ultimo romanzo pubblicato in vita, quasi un testamento. Ha attraversato il secolo, condiviso le grandi lotte politiche all’estero, ricevuto solenni censure dalla miopia partitica che domina la cultura nella sua patria: ormai, per ideologia e per sensibilità, si autodefinisce «post-risorgimentale e forse anche post-marxista». Consapevole che nessuna istituzione può spegnere in se stessa l’anelito di salvezza, così spiega ad amici e lettori il senso della propria ricerca: «Ormai è chiaro che a me interessa la sorte d’un certo tipo d’uomo, d’un certo tipo di cristiano, nell’ingranaggio del mondo, e non saprei scrivere d’altro». Il “tipo d’uomo” è il cristiano popolare che prende il Vangelo alla lettera, il credente “povero in spirito” - il «povero cristiano» del titolo - che appare così pezzo inutile, rotella monca, quando non vero e proprio inceppo per l’“ingranaggio”.

Ed ecco allora la figura di san Celestino V, incarnazione di un’utopia destinata a fallire e immediatamente a risorgere, rinnovarsi, rigenerarsi. “Riforma” è stato anche un termine chiave di Benedetto XVI, che nella propria ultima omelia pubblica, il Mercoledì delle Ceneri, ha denunciato le tentazioni di strumentalizzare Dio, divisioni nella Chiesa, individualismi e rivalità. Rileggendo L’avventura abbiamo l’impressione che otto secoli non siano bastati a sanare le sedi del potere politico e spirituale. Silone sorriderebbe, dicendoci che non ne basteranno neppure sedici, o trentadue, o trentamila. Il cuore dell’uomo rimarrà lo stesso, la tentazione del potere anche, le esigenze del Vangelo pure. Nuovi imperi sorgono e cadono, cambiano le divise e i sovrani. Non quelle tre cose, non la loro lotta.

La citazione
[Pier Celestino al suo successore, Bonifacio VIII]
Santità, se voi vi affacciate a quella finestra, vedrete sulla scalinata della cattedrale una vecchietta cenciosa, una mendicante, un essere di nessun conto nella vita di questo mondo, che sta lì dalla mattina alla sera. Ma tra un milione di anni, o tra mille milioni di anni, la sua anima esisterà ancora, perché Dio l’ha creata immortale. Mentre il regno di Napoli, quello di Francia, quello d’Inghilterra, tutti gli altri regni, con i loro eserciti, i loro tribunali, le loro fanfare e il resto, saranno tornati nel nulla.


Il libro
Ignazio Silone, L’avventura di un povero cristiano, Mondadori 1998 (22ma edizione), pp. 224, € 9,50

5 marzo 2013



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