I media e il racconto dell'immigrazione

I termini usati nei giornali o "sparati" nei servizi tv lasciano spesso spazio a immagini stereotipate. Ma fare giornalismo sulle migrazioni significa raccontare le storie delle persone. Anche grazie alla rete di Francesca Samà


In che modo media tradizionali e “nuovi media”, con le frontiere aperte dal web, fanno informazione sul fenomeno della migrazione? E qual è l’immagine che offrono dell’immigrato? Se ne è parlato venerdì 17 maggio nella tavola rotonda “New media e migrazioni” che si è svolta presso il Centro Studi e Migrazione di via Dandolo, promossa dalla Direzione generale dei missionari scalabriniani, in collaborazione con il Centro, con Simi e Fondazione Migrantes.

A dare una prima risposta Valeria Lai, del dipartimento di Comunicazione de “La Sapienza”. «Quando si fa informazione sul tema dell’immigrazione - ha osservato - si riconduce tutto alle categorie della criminalità o della sicurezza». L’immigrato che trova spazio nella cronaca è quello che entra clandestinamente in Italia, che stupra, che ruba e che delinque. «Da qui - precisa Lai - la percezione di un’immagine negativa dell’immigrato da parte del pubblico». Ma questa, aggiunge la giornalista Roberta Gisotti, «è un’immagine stereotipata che non racconta la normalità». E a contribuire nella costruzione di una visione negativa dei migranti sono anche i termini usati dai giornalisti. «La norma - precisa Gisotti - sarebbe usare parole come irregolare, rifugiato, richiedente asilo ma ancora di più persone, lavoratori e migranti». Invece i termini che si trovano nei giornali o si “sparano” nei servizi televisivi sono rom, clandestino ed extracomunitario. «Parole che - sottolinea la coordinatrice della tavola rotonda Cecilia Rinaldini - sono di per sé escludenti e stigmatizzano una figura negativa che evoca l’idea della segretezza e dei legami con la criminalità».

Informare sugli immigrati dunque equivale spesso a parlare solo di fatti negativi e di cronaca nera. Ciò accade «perché - evidenzia Gisotti - l’immigrato di per sé non fa notizia se non quando muore in mare durante una traversata, ruba, uccide e lede i diritti altrui». E questo perché sempre di più i media puntano a fare audience, perdendo il senso etico della comunicazione, ovvero il diritto - dovere di interpretare e rappresentare i cambiamenti in atto della società. E per fare audience servono lacrime, sangue e lieto fine. «Per questo - prosegue la giornalista - si confezionano programmi e servizi che puntano al lato emozionale e al sensazionalismo». Ma «fare giornalismo sulle migrazioni - evidenzia il giornalista Gabriele Del Grande - significa anche raccontare le storie delle persone. E proprio per questo motivo nel 2006 ho fondato l’osservatorio sulle vittime della frontiera “Fortress Europe”». Un blog in cui, attraverso reportage e inchieste, «racconto quello che ho visto e sentito nei luoghi di frontiera del Mediterraneo, cercando di colmare un vuoto informativo. Nei media infatti la notizia si ferma spesso solo allo sbarco e al numero dei morti non tenendo conto che dietro a quei numeri ci sono delle persone con una storia e un vissuto».

L’esempio di Del Grande dimostra che nel mondo del giornalismo c’è chi prova a raccontare il fenomeno dell’immigrazione in tutta la sua complessità. «A far questo - rileva la giornalista Paola Springhetti - contribuiscono soprattutto gli spazi forniti dalla rete e in primo luogo dai social network, che diventano un nuovo spazio di inclusione globale in grado di accogliere le diverse voci che compongono la realtà sociale». Grazie a internet oggi sono gli stessi migranti a raccontare la loro storia ma anche la società che li accoglie. «Questi nuovi spazi comunque - sottolinea la coordinatrice del dibattito - non possono rappresentare la panacea proprio perché essendo degli spazi liberi, aperti al contributo degli utenti, sono purtroppo soggetti anche ad attacchi xenofobi e razzisti».

20 maggio 2013




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