La sfida de "Le feste scippate"

Presentato il libro del vaticanista Mimmo Muolo sul senso cristiano delle festività. L'arcivescovo Fisichella: «Ridare valore al tempo». Marco Tarquinio: «La "produttività" minaccia anche la domenica» di Graziella Melina

Federstrade, un libro bianco per "liberare" la domenica


Se ormai il Natale è diventato la festa di Babbo Natale, il giorno di Ognissanti è stato in un certo senso quasi surclassato da Halloween e l’Assunta è stata assorbita da Ferragosto, la responsabilità sarà pure della secolarizzazione. Ma non ci si può fermare a prenderne atto in modo passivo. Perché se è vero che di cambiamento antropologico si tratta, non si può negare però che tutto questo sia una della conseguenze «della mancanza di trasmissione della fede». Secondo l’arcivescovo Rino Fisichella, bisogna partire da un’assunzione di responsabilità: negli ultimi anni evidentemente è stata «più forte la voce delle “sirene” piuttosto che quella di chi era abilitato alla trasmissione della fede». Quasi un paradosso considerato che il nostro Paese è per l’85% cattolico. Il presidente del Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione lo ha ribadito ieri all’Auditorium Conciliazione alla presentazione del libro del vaticanista di Avvenire Mimmo Muolo, “Le feste scippate. Riscoprire il senso cristiano delle festività” (ed. Ancora, pp.136, 12 euro). Una sorta di indagine sullo “scippo”, appunto, delle principali feste cristiane e con consigli pratici per rieducare al senso cristiano delle festività.

La strada per riuscirci in fondo è chiara: bisogna partire innanzitutto dal linguaggio che, ha spiegato monsignor Fisichella, autore della prefazione del libro, «è ciò che non solo esprime i nostri concetti ma crea le condizioni della cultura che viene data. Se continuiamo a elencare questi nomi in modo pagano, si crea si crea un uso di tutto questo. E l’uso diventa pagano. Bisogna recuperare il linguaggio e l’uso religioso». Perché infatti, come diceva Wittgenstein, «è nell’uso che se ne fa che il linguaggio vive». Non è dunque una forma di conservatorismo, ha avvertito l’arcivescovo: c’è in gioco «la capacità di guardare al nostro futuro, alla luce di ciò che noi siamo».

La “trasmissione” è dunque «un processo vivo», da animare con la comprensione di cosa costituiscono le feste. Basta dunque con quella «sottile forma di ipocrisia presente nel secolarismo», che fa sì che in alcune scuole per esempio non venga allestito più il presepe per «non offendere» i bambini di altre religioni. Per monsignor Fisichella bisogna finalmente «riconquistare la parresia: dire chi siamo nel rispetto di tutti, perché la verità non può offendere. Ciò che noi siamo ed esprimiamo non viene imposto». Occorre poi ridare valore e senso al tempo, recuperando « il rapporto dell’uomo con Dio». Ma «tutto questo nasce da una profonda consapevolezza».

Non è possibile quindi dare nulla per scontato, ha rimarcato il direttore di Avvenire Marco Tarquinio. In un tempo nel quale «ci siamo inventati delle giornate da celebrare - ha sottolineato - noi cristiani non siamo capaci di tenere dei perni fermi. Tutto ciò che ci è stato tolto è stato motivato con cause economiche». Alcune feste dovevano essere «rimosse perché servivano a creare più produttività nel sistema. Ma c’è una menzogna alla base. E ce lo stanno ripetendo per la domenica, troppo utile per l’economia nazionale». E così i negozi restano aperti. Eppure, ha aggiunto Tarquinio, «nei Paese dell’Unione europea nessuno ha liberalizzato il lavoro». Qui da noi «questo fa parte delle favole spacciate come verità assolute». Da dove iniziare allora? «Le feste - ha ribadito Muolo - non ci potranno esse scippate se noi le vivremo. La fede va spesa come moneta corrente: più ne spendiamo, più avrà ricadute nella società».

13 novembre 2012




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